Adesso posso morire felice

“Il più tardi possibile però, eh”. Mia nonna nel finger di Fiumicino osserva con soddisfazione le strutture dell’aeroporto. E’ notte e lontano lampeggiano le luci intermittenti delle torri di controllo.

Ad agosto compirà 90 anni e l’abbiamo portata a Parigi. C’era stata 40 anni fa con mio nonno e voleva tornarci. Voleva vedere se qualcosa era cambiato. O forse controllare che tutto fosse com’era. Perché mia nonna è una vera forza della natura. Ancora guida. Quindi in campana quando girate per Prati e dintorni. Quando esce con gli amici dice che va a fare assistenza agli anziani. Ha i suoi acciacchi. Ma chiunque sano di mente venderebbe l’anima al diavolo pur di arrivare alla quell’età nelle sue condizioni.

Ha paura di volare. O almeno così dice. Quindi l’avventura inizia nei giorni precedenti alla partenza. 3 notti insonni. Poi arriva il fatidico giorno. La accompagniamo in  4. Io, mio fratello e i due cugini. In aeroporto scatta la fame nervosa e la cameriera della tavola calda le dà 75 anni. Non smetterà di gongolare per questo fino alla fine del viaggio. Ed è proprio così. Chi la vede pensa al massimo che ne abbia 75 portati con un po’ di fatica. Mentre mangiamo le arriva il primo SMS di un’amica e tenendo il telefono con una mano e, digitando con l’indice dell’altra tutta appallottolate su se stessa, le risponde. Tutto bene sono in partenza. L’aereo è in ritardo.

Sembrerebbe una banalità. Ma mia nonna è nata nel 1921. Allora c’era la radio. La macchina da scrivere. Gli archivi polverosi. La carne una volta a settimana. Mussolini e la guerra. Mio nonno al fronte. Le lettere che le spedivi e chissà se arrivavano. I platani che facevano più rumore delle auto. Un altro mondo. E vedere come questa piccola donna di un altro mondo sia riuscita nel tempo a seguire le evoluzioni della storia e degli strumenti è incredibile. Nemmeno la rivoluzione digitale è riuscita a spegnere del tutto quella sua strana contraddizione dell’apprendere. Curiosa di sapere e di usare. Ma non troppo, sennò ti accorgi che il tempo passa. E passa in fretta.

E lei, donna di un altro mondo, infatti, mentre usciamo dalla tavola calda chiede lo sconto comitiva alla commessa.

A Parigi ci venne con un gruppo di amici e mio nonno. In macchina ovviamente. Ho scoperto in questo viaggio che lui era un grande ammiratore di Napoleone. La loro prima tappa fu, infatti, la tomba del piccolo generale con la mano fra i bottoni. Non lo sapevo ma non mi meraviglia.

La città è affollata di turisti. Non fa caldissimo ma lei si stanca in fretta. O meglio, per i nostri parametri. Ma conosco gente della mia età che non le starebbe dietro. Tutto quello che riusciamo a fare è salire su uno dei bus con il piano superiore scoperto. Basta guardarla in faccia mentre con le cuffie alle orecchie indica quello che la voce le sussurra sopra il vento per capire quanto sia semplice essere felici.

Ha sempre il braccio di uno di noi a cui agganciarsi ma qualche volte lo rifiuta per orgoglio. Ci prende in giro. La prendiamo in giro. Parla con noi delle donne parigine. Dei lineamenti perfetti delle asiatiche. Della bellezza indiscussa delle nere. Mi da una gomitata e mi indica le natiche perfette di una ragazza che ancheggia sui tacchi da 12. Non è come stare con una nonna. Alla fine è come fossimo con un’amica attempata che ci ricorda della pigna di latta in salone.

Sì. Era là il contenitore dei biscotti nella vecchia casa dei miei nonni quando eravamo adolescenti e i miei cugini bambini. E noi sgattaiolavamo spesso sotto gli occhi dei grandi per andare a sfidare il barattolo infame. Dentro c’erano i Gentilini. Irresistibili. Ma lui, il barattolo, li proteggeva come un gendarme. Sollevavi il coperchio con facilità. E anche nel silenzio del sonnellino pomeridiano riuscivi a rubare i biscotti. Ma il coperchio era impossibile sconfiggerlo. Non c’era modo di rimetterlo sopra senza che dall’altra stanza ti raggiungesse l’urlo. “E basta con questi biscotti. Avete appena mangiato!” Allora pensavamo fossero le sue orecchie a funzionare benissimo. E la chiamavamo la Nonna Bionica. Ironizzando sul telefilm americano che allora inondava i pomeriggi televisivi. Poi con il tempo abbiamo capito che era solo il barattolo a essere infame. Ma lei era bionica sul serio. Infaticabile. 4 maschi da gestire, spesso insieme e con le madri al lavoro, sono più di un mestiere.

Il letto dell’appartamento le piace. E’ morbido e ci si accuccia dentro. Lei che da una vita dorme sui letti duri perché fa bene. O perché prima altro non c’era. Domani è il giorno del Sacro Cuore. Vuole tornare a guardare la città dall’altro. Taxi o autobus? No. Il taxi è per i vecchi. E poi costa troppo. E per lei l’economia è importante. Soprattutto quella domestica. “Ma gli autobus sono un casino, nonna. Nessuno di noi parla francese e se sbagliamo fermata ti tocca camminare di più. Prediamo la metro”. Solo la parola le fa scivolare un brivido gelido lungo la schiena. Sì perché mia nonna soffre di claustrofobia. E’ per questo che non ama l’aereo. Non ha solo paura di volare. E’ lo stare nella cabina chiusa e senza via di fuga che la opprime.

E’ domenica e la città è silenziosa. Deserta. Esco a prendere i cornetti mentre tutti dormono. C’è vento. Chiazze di vomito sul marciapiede. Rimasugli dei bagordi della sera prima. Su Lafayette anche un vetro è stato sconfitto dall’oscurità e giace in pezzi vicino alla porta di una brasserie. Mentre torno indietro i due clochard che avevo incontrato il giorno prima mi salutano. Sento l’odore prima di vedere il gesto. Poi mi saltano agli occhi i croccantini per il cane, che accucciato mi osserva passare. Secondo me sente l’odore dei pan de chocolat. Fa i suoi calcoli. Troppa fatica tentare di afferrare la busta di carta che ho in mano. Domenica pigra.

Ma non la nostra. Nonostante i giri di ieri, mia nonna è già arzilla mentre mio fratello ancora fatica a riprendere conoscenza. Beve il suo latte e fa le parole crociate. Incrociate, si arrabbiava mio nonno. “Che crociate e crociate d’Egitto, manco fossero andate con Goffredo di Buglione a espugnare il Santo Sepolcro. Incrociate”. Eppure sul settimanale c’era scritto così. Ma ovviamente l’editore si sbagliava. Lei nel frattempo risolve gli enigmi del corvo. Quanti ricordi quel corvo. Sia noi che i miei cugini, che hanno 10 anni di meno, ricordiamo le torride ore dei dopo pranzo estivi passate a rimontare i fumetti spezzati e confusi del corvo. Poi però toccava anche trovar l’oggetto scomparso. Gare a chi faceva prima. Ma non c’era storia. I miei nonni vincevano sempre.

“Chiediamo informazioni”. Insiste nel bar mentre beve il suo cappuccino e ricontrolla subito dopo che il rossetto sia perfetto. Altrimenti estrae lo specchietto e corregge. “Chiediamo informazioni”, ripete. Non capiamo bene su cosa. Di fatto sappiamo come arrivare al Sacro Cuore. Ma lei cerca l’autobus. “Nonna, non li prende nessuno gli autobus. Non sanno nemmeno dove passino. Abbiamo chiesto ma non lo sanno”. Non si fida e passa all’attacco. Un signore gentilissimo ricompone il suo francese pre-bellico, imparato negli anni della scuola. Cerca di andarle incontro ma non c’è niente da fare. Taxi o metro. E davanti ai gradini della fermata sceglie la metro.

Ci guardiamo meravigliati. Abbiamo insistito ma senza convinzione. O meglio, io lo sapevo che, posta nella giusta maniera, la sfida le sarebbe piaciuta. Gli altri però erano molto più dubbiosi. Ma lei ha fregato tutti. E dopo 90 anni ha vinto anche quest’altra piccola grande battaglia. Uno per uno conta i gradini che sale. Per distrarsi e non pensare che è sotto terra. Ma in realtà vuole anche capire se ce la farebbe ad arrivare a casa se l’ascensore non funzionasse. Abita al quinto piano. 88, 89, 90. Ormai è sul pianerottolo di casa. Sorride. Tutti i prossimi gradini sono in più. Nel frattempo cambia 5 volte linea. Sale. Scende. Si tuffa sugli strapuntini liberi. Meno male che è domenica. In un giorno lavorativo sarebbe stato un calvario. Mentre riemergiamo ci guarda soddisfatta. Vuole sapere se all’aeroporto ci si può andare con la metro. Ormai è la regina del trasporto sotterraneo. E ha anche capito che costa poco!

Il trenino della RER attraversa sonnolento le periferie graffitate verso Charles De Gaulle. “CeDeGe” come lo abbiamo soprannominato facendole il verso. Il giorno della caccia al tesoro che le avevo organizzato per scoprire il regalo di compleanno lo aveva letto così. Non capiva bene cosa fosse quel pezzo di carta stampato con le sigle di tre lettere degli aeroporti. O forse era lei che ci prendeva in giro facendo finta? Chissà. Fatto sta che questa piccola donna, che da giovane assomigliava alle dive del cinema, guarda fuori dal finestrino sfrecciare le ultime baracche. Poi fra le nuvole i primi aerei quasi fermi e incollati al cielo, diretti chissà dove. Guarda fuori ma qualcosa le scorre dentro.

Ha rivisto la sua città preferita. Ma forse ha anche verificato che tutto è molto simile a come era. Sono passati 40 anni per lei come per Parigi. E forse se una non è cambiata poi tanto, allora anche per l’altra sarà così. Una traccia di rossetto come il nuovo asfalto degli Champs Elysées. Un colpo di spazzola come la falciatrice che resuscita il prato a Place de la Concorde. Dopo 40 anni un nuovo inizio.

Un sussulto e siamo a CeDeGe. Ci guarda raggiante prima di uscire. L’aereo la preoccupa. Ma c’è qualcos’altro che la preoccupa di più. “Ora però non sparite come fate sempre eh?”, ci dice,  “E’ la solitudine il buco nero dei miei 90 anni. Nient’altro”.


8 responses to “Adesso posso morire felice

  • Silvia

    la tua nonna è fantastica! bella d’aspetto, gliene togli almeno una quindicina, e intraprendente come poche persone al mondo.
    considerando poi la sua generazione ed il fatto che lei è nata donna in quegli anni, la mia stima cresce ancora di più!
    fantastica!

  • rosalba

    La vita, meravigliosa giostra, del resto anche sulla giostra, ho in mente quelle antiche, con i cavallucci marini oltre che i pomposi cavalli, anche su quelle giostre lì, alla fine il ‘giro’ lo fai da solo.

    • Tengri

      Eh sì … però mentre giri due chiacchiere con chi ti sta davanti o dietro le puoi pure fare. E così il giro diventacosì emozionante che ne vorresti fare un altro. Il problema è che quei gettoni non li vendono. E l’unico che ti tocca in dote dura sempre troppo poco😉

  • lauretta

    Quanto banale mi sembra un commento ma lo lascio ugualmente perché il tuo racconto mi ha rapito, affascinato, divertito e anche un po’ commosso. Mi viene in mente un noto passo di Gibran: “Cercate il consiglio degli anziani, giacché i loro occhi hanno fissato il volto degli anni e le loro orecchie hanno ascoltato le voci della vita”.
    Credo che una vita si spenga davvero solo quando il retaggio di noi stessi – delle esperienze, dei sentimenti, dei sogni realizzati e ancora da realizzare, dei nostri giorni – non trova corrispondenza in qualcuno in grado condividerlo, di raccoglierne e apprezzare il valore, il peso a volte, e trasformarlo in ricchezza personale, bagliore di luce, energia propulsiva. Questo può essere vero a 90’anni come ad ogni età.
    Ciao! E’ sempre molto bello leggerti!!

    • Tengri

      E che questo commento è banale?🙂 Mi dirai che il nostro modo di vivere non ci permette di apprezzare gli anziani come in passato. Come ancora fanno i popoli senza scrittura. Gli strumenti e gli archivi ci danno l’illusione di non aver bisogno dei ricordi vissuti. Ma d’altra aprte è così. Ogni evoluzone comporta un’involuzione spesso uguale e contraria. Si acquista qualcosa. E si perde qualcos’altro.
      Per la seconda parte del tuo discorso … sì. La vita può anche spegnersi prima della morte. Ma in quel caso sta a ognuno di noi riaccendere la fiamma. Virare per una nuova strada. Voltare pagina e ricominciare. Quando invece arriva la morte … va beh, tema per altre pagine🙂 Però, visto che nessuno di noi sa quando gli toccherà, secondo me bisogna provare a vivere come chi ha sempre i giorni contati. Godendo di tutto. Ed eliminando rapidamente ciò che ci separa dalle vibrazioni positive.😉

  • donatella

    anche io dico che è sempre un piacere leggerti e per melo è più degli altri perchè rivivo quello che descrivi! Provo un affettuoso/amoroso/piccolo senso di invidia per quello che avrà provato a sare con voi che una volta di più avete dimostrato di essere grandi dentro e questo fa parte di quei geni che vengono tramandati! Il “saggio della montagna” ne sarebbe veramente orgoglioso (tu sai chi era???)

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