Che Guevara, Giullare dell’Occidente

“Hasta la victoria. Siempre!!” Tutti hanno gridato almeno una volta questa frase. Qualcuno con il pugno levato al cielo prima che l’aria si saturasse di lacrimogeni e partisse la prima carica. Qualcuno nella propria testa per ricordare sempre a sé stesso contro cosa combattere. Tutti sanno chi era Che Guevara. Ma più che i seguaci sono i detrattori ad avere chiari gli aspetti veramente rivoluzionari della sua storia. E sono i seguaci ad aver trasformato il comandante argentino nel Giullare del pensiero dominante.

Ho letto molto di e su Che Guevara. Dai suoi scritti alle agiografie cubane. Dai saggi fino alle biografie più equilibrate. Fra le quali quella di Jon Lee Anderson è a mio parere la più autorevole. Uno scrittore statunitense esperto di America Latina. Sottile ironia della sorte. Ho letto molto, quindi, ma non starò qui a raccontare la storia di Ernesto Guevara della Serna. Di come il rampollo di una famiglia borghese argentina finì ucciso da agenti segreti della CIA e del controspionaggio in una località remota della Bolivia. Quando successe non aveva nemmeno 40 anni. La Rete è stracolma di notizie. Non me la sento nemmeno di indicare link particolari. In linea di massima si equivalgono un po’ tutti. Le librerie, poi, traboccano di testi. Basta passare, poi, in una vecchia sezione nostalgica degli scomparsi partiti della sinistra italiana e chiunque vi racconterà la propria (e in linea di massima parziale e disinformata) versione. Chi lo desidera può tranquillamente passare i prossimi anni a leggere e tentare di capire.

Il punto non è questo.

Marvin Harris, un antropologo statunitense di alcune generazioni fa ha scritto cose molto interessanti. Un paio sono utili al discorso che vorrei fare. 1) il pensiero occidentale del ‘900 non può prescindere da Karl Marx. Tanto per confutarne le tesi quanto per dimostrarle, l’economia, le scienze politica, la filosofia e le scienze sociali del ‘900 non sono riuscite a ignorare le riflessioni del tedesco barbuto. E, restando in tema di barbe, allo stesso modo, l’azione politica degli ultimi 60 anni non può prescindere dalla figura di Che Guevara. Dalla figura, si badi bene, non dal pensiero politico del rivoluzionario argentino. Ed è qui che ci aiuta la seconda interessante conclusione di Harris. 2) la libertà di pensiero è un’illusione. Ogni cultura, per esistere e proteggersi, prevede all’interno dei propri schemi il pensiero divergente. La ribellione è solo l’altra faccia del conformismo. Ma pur con due facce la moneta è una sola. E anche quando non fosse previsto, il presentarsi di un’alternativa al pensiero dominante, nel momento stesso in cui rappresenta un minaccia agli equilibri consolidati viene neutralizzata. Digerita. Consumata. Sconfitta.

Studiando diverse culture, attraverso i luoghi e attraverso i tempi, gli antropologi hanno messo in evidenza diverse strategie adottate per raggiungere questo obiettivo. Due sono le più frequenti.

a) nel primo caso si posiziona la sovversione dell’ordine costituito nel già accaduto. Nel tempo del mito. Il personaggio a cui viene affidato questo ruolo si chiama in gergo trickster, l’imbroglione. In generale gli vengono affibbiati quelli che ogni cultura reputa difetti sociali: voracità, ingordigia, lussuria, incapacità organizzativa. Il trickster combina guai e fa esplodere la comicità. Distrugge l’ordine costituito e in genere le sue azioni si concludono con lo stabilirsi proprio di quell’equilibrio che una determinata cultura si trova a vivere. Se c’è una fonte d’acqua, prima non c’era e grazie alle rocambolesche avventure del trickster ora c’è. E’ un suo dono. Trickster famosi sono il Prometeo dei Greci, il Coyote degli indiani dell’Ovest americano (ecco svelato il perché della scelta di Chuck Jones per la fortunata serie di Cartoon), Il Corvo per gli Algonchini e altri indiani delle regioni fredde. Ogni cultura ne ha uno a ben guardare. Alle volte addirittura due. Talvolta, come nel Loki dio della cosmologia nordica, due in uno. La sua presenza così diffusa spinse addirittura Jung ad annoverarlo fra gli archetipi culturali preesistenti alle culture storiche stesse.

In ogni caso, inventato l’eroe culturale, il trickster, qualunque cosa si opponga all’assetto corrente diventa una sua caratteristica e viene considerata già successa. Già prevista. Già sconfitta.

b) l’altro modo è quello di istituzionalizzare la figura dell’oppositore. Utilizzarla come ricettacolo e personificazione dell’opposizione e relegarla a una posizione subordinata. L’esempio più chiaro è proprio quello del Giullare delle corti medievali. Di solito si pensa che il birbante in calzamaglia a strisce stesse lì solo per dilettare i nobili con le sue peripezie. E che le sue intemperanze fossero tollerate solo in virtù delle risate che riusciva a suscitare. Secondo la quasi totalità degli antropologi non è così. Il Giullare è il comico opposto alla serietà della politica e della strategia militare. E’ incapace tanto quanto il suo Re è abile. Stupido tanto quello è astuto. Viene preso a calci in libertà tanto quello è riverito. In sostanza, attraverso l’esaltazione del contrario fa esaltare ancor di più ciò che un gruppo sociale considera corretto e apprezzabile, impersonato in quel caso da Re o dal Signore. E già fin qui basterebbe. Ma in realtà, in molti comuni e città stato dell’Età di Mezzo la figura era accompagnata da un particolare rito d’inversione sociale. In momenti prestabiliti dal calendario il Giullare saliva sulla poltrona del primo cittadino e per un giorno la sua parola era legge. Le regole e le leggi erano sospese e si dava vita a un momento di totale anarchia e insurrezione. Alcuni studiosi hanno visto in questi momenti anche una specie di laboratorio culturale in cui, non di rado, venivano elaborati mutamenti che sopravvivevano alla festa. Fatto sta che il giorno successivo l’ordine veniva ripristinato, la bomba del dissenso disinnescata. E l’amico Giullare diventava di nuovo l’unico soggetto sociale a potersi permettere comportamenti deprecabili e ad essere punito con le sole simboliche percosse. Il pensiero dominante riemergeva dal periodo festivo rafforzato. Come l’unico sistema di valori capace di garantire stabilità, ordine e convivenza pacifica.

Ovviamente, per neutralizzare la potenziale minaccia dell’alternativa giullaresca, tutte le culture mettono ritualmente in campo l’intero arsenale simbolico che hanno a disposizione. Quello che mi interessa osservare è come si è comportata la cultura occidentale per neutralizzare il giullare Che Guevara e, una volta morto, per consegnare alle generazioni successive un bel trickster. Seducente, ribelle, trascinatore. Sostanzialmente innocuo. Sconfitto.

E a cos’altro poteva far appello la simbologia occidentale se non all’orizzonte giudaico-cristiano che ne pervade gli sviluppi per almeno gli ultimi due millenni?

Le regioni del libro si fondano su una visione sostanzialmente duale. Da una parte il bene. Dall’altra il male. E infatti nell’analisi più spiccia e divulgativa, ovvero quella che conta in quanto genera le opinioni condivise, tutti i mali della rivoluzione cubana vengono affibbiati a Fidel Castro (vivente). Lo spirito altruista, la solidarietà nei confronti dei più deboli, l’abnegazione per la liberazione degli oppressi diventano le caratteristiche peculiari del Comandante Guevara (morto). D’altra parte il cristianesimo ha già il suo trickster. Satana è una figura troppo ingombrante. In un complesso culturale stratificato e complesso come quello occidentale Che Guevara può aspirare al massimo a un posto secondario. Molto simile a quello di un monaco pauperista ai tempi dell’abbondanza. Una sorta di San Francesco rosso. Ricondotto all’ordine dopo la morte come il fraticello d’Assisi lo fu nella vita. Piano piano la figura storica inizia a perdersi nelle trame del mito.

Fondamentale per lo sforzo riduzionista è anche l’iconografia. Ed è così che la fotografia di Alberto Korda diventa una sorta di icona pop. La più stampata nella storia. Soprattutto nella versione in cui i neri sullo sfondo rosso lasciano intravedere il viso spettinato e un po’ barbuto che ricorda non poco quello del Cristo. In pochi anni le piazze di tutto il mondo si trasformano in grandi serigrafie alla Wharol. Ancora prima che l’artista statunitense decida di usare il Che come soggetto di una delle sue serigrafie. Milioni di magliette, centinaia di migliaia di bandiere. Indossate e sventolate nei rituali di piazza. Occasioni di inversione sociale previste e controllate dal pensiero dominante. Guevara è ormai come la Coca Cola. Come Marylin Monroe. Uno dei rappresentanti della cultura pop occidentale. Di una sua parte minoritaria magari. Ma pur sempre interno. Digerito. Disinnescato. Non è un caso che la prima fotografia diffusa di Guevara ucciso sia identica nella costruzione dell’inquadratura al Cristo Morto di Mantegna.

Sarà quella l’immagine che decine di cantanti ricorderanno nella loro versione dell’ode al Che. Sarà infatti la musica ad accompagnare il dualismo e l’iconografia nell’opera riduzionista. D’altra parte, nelle chiese si osanna il bene contro il male, ci si inchina difronte alle icone e si cantano canzoni levando lo sguardo al cielo. E quelle che raccontano l’epopea e la morte del Che in quegli anni, e in quelli successivi, sono tutte più o meno uguali. Vale forse la pena di analizzare la più famosa come esempio paradigmatico.

Aprendimos a quererte
desde la històrica
donde el sol de tu bravura
le puso cerco a la muerte.

Aquì se queda la clara
la entrañable transparencia
de tu querida presencia
Comandante Che Guevara.

Tu mano gloriosa y fuerte
sobre la historia dispara
cuando todo Santa Clara
se despierta para verte.

Aquì se queda la clara
la entrañable transparencia
de tu querida presencia
Comandante Che Guevara.

Vienes quemando la brisa
con soles de primavera
para plantar la bandera
con la luz de tu sonrisa.

Aquì se queda la clara
la entrañable transparencia
de tu querida presencia
Comandante Che Guevara.

Tu amor revolucionario
te conduce a nueva empresa
donde esperan la firmeza
de tu brazo libertario.

Aquì se queda la clara
la entrañable transparencia
de tu querida presencia
Comandante Che Guevara.

Seguiremos adelante
como junto a ti seguimos
y con Fidel te decimos
Hasta siempre, Comandante!

Aquì se queda la clara
la entrañable transparencia
de tu querida presencia
Comandante Che Guevara

Gli espedienti retorici sono tanto banali quanto evidenti. Immagini solari, la trasparenza e la luce che sottolineano l’opposto del buio degli oppressori. L’amore rivoluzionario che dà forza e speranza. La moltitudine che insieme al suo leader cammina sicura verso un futuro migliore. Ma queste immagini non ci ricordano forse qualcosa? Luce, amore, gregge. Sembrano proprio i richiami simbolici più frequenti della parabola cristiana. Tuttavia, analizzando un po’ meglio il testo ci si rende rapidamente conto che su 159 parole ce n’è una che stona. Nella terza strofa, non a caso espunta da molti interpreti successivi, l’autore ci ricorda che la mano gloriosa e forte del comandante di fatto spara. E questo 1 su 159 ci dà un po’ la misura dell’effetto digestivo del pensiero dominante. Il grilletto del Che è di fatto inghiottito dal sole, dalla luce, dall’amore e dal gregge che lo segue.

Sì perché la caratteristica principale di un guerrigliero è il suo fucile. E i fucili uccidono. Ed è da lì che si può ripartire per ricordare tutto ciò che necessariamente andava cancellato dall’immagine santificata del Comandante buono. Ernesto Guevara era un grande estimatore di Mao Zhe Dong e credeva che il potere nel nome del popolo si conquista in battaglia. Vestì una divisa militare per tutta la vita. Fu a capo del tribunale che nel ’59, pistola alla tempia, giustiziava senza processo i nemici della rivoluzione. Curioso leggere come in diverse occasioni sulla Sierra Maestra fu proprio Fidel (il cattivo) a fermare la sua pistola. Nel ’60 alle Nazioni Unite concluse il suo discorso dicendo “fucilamos y seguiremos fusilando”. Orgoglioso e con il dito puntato contro i suoi detrattori. Quando abbandonò Cuba per esportare la rivoluzione lo fece con il fucile in mano. E con il fucile in mano morì. Ernesto Guevara era in primis un soldato. Non era pacifista e non era democratico. Eppure fra le immagini più diffuse qual è la percentuale di quelle che lo ritraggono con un arma estratta? 1 su 159? Probabilmente molto meno.

Il Che Guevara storico diviene dunque, nella storia raccontata e nella tradizione orale, il monaco-trickster ricondotto all’ovile e spogliato della sua divisa e del suo fucile. D’altra parte quanti di quei pungi alzati nelle piazze ignoranti si alzerebbero ancora per inneggiare al Che giudice sommario? Alla pistola alla tempia? Al coltivatore estensivo e anti-ambientalista di canna da zucchero? All’educatore severo che diceva istruzione ma intendeva propaganda e indottrinamento? E questi non rappresentano, come l’immagine ufficiale vorrebbe, lati minoritari e trascurabili del Che politico. E’ così che si crea l’uomo nuovo. E’ così che si dà vita al sistema economico che lo sostiene. E’ così che si difende la rivoluzione.

Ma il paradosso di Guevara è in tal senso paradigmatico. Talmente interno all’orizzonte culturale che sognava di sovvertire, che è proprio il Che narratore e pensatore a iniziare il processo di digestione del Comandante Guevara da parte del pensiero dominante. Non conscio del fatto che l’alternativa da lui proposta era solo l’altra faccia della grande moneta occidentale.

Chi ha letto i “Diari della motocicletta” fa presto a rendersene conto. Un lungo viaggio conduce il giovane Ernesto a contatto con la povertà estrema dei suoi conterranei. E nel lebrosario di San Pablo si rende conto della necessità di un ordine nuovo che annulli le diseguaglianze e riveda fin dalle fondamenta i sistemi economici vigenti. E cos’è questo se non un cammino di conversione molto simile a quello del monaco umbro? Entrambi attraverso le vicissitudini arrivano a interiorizzare la sofferenza dei loro simili e, come folgorati, decidono per un cambiamento radicale. Entrambi abbandonano l’agio delle famiglie di provenienza e indossano una divisa. Il saio uno. La mimetica l’altro. Si danno regole nuove, un severo codice etico e iniziano la loro battaglia. Di fatto Guevara era un vero uomo occidentale.

Così occidentale da non saper leggere e comprendere l’unica vera differenza e pluralità che aveva sotto il naso. Quella dei popoli indigeni dell’America Latina. Non solo poveri e diseredati ma realmente portatori di alternative culturali. Di proposte originali in quanto aliene rispetto al dualismo della tradizione giudaico-cristiana, al modello di sviluppo basato sulla meccanizzazione industriale e al sistema economico bifronte capital-socialista. Appartenenti a orizzonti sociali completamente diversi. Guevara non capì questa ricchezza e fece l’errore, per lui fatale ,di considerare l’America Latina una grande nazione meticcia. Soggiogata dagli interessi del capitale e quindi pronta per la rivoluzione. Non quella autodeterminata. Ma quella esportata dalla sua mano “gloriosa y fuerte”. E fu proprio quell’errore a impedire alla popolazione contadina della Bolivia, ancora oggi costituita per l’80% da indigeni Quechua e Aymara, cosa cercasse quell’uomo in divisa. Probabilmente gli sarà sembrato l’insolito sacerdote di una religione guerriera che tentava per l’ennesima volta di convertirli. Sostenendo implicitamente che ciò che avevano sempre fatto e creduto era sbagliato. E l’arroganza dell’occidente rosso venne punita.

Ma d’altra parte non poteva che essere così.

Per alcuni interessanti dettagli sulla cristianizzazione dell’icona del Che


2 responses to “Che Guevara, Giullare dell’Occidente

  • David Raggi

    questa è la tua visione del chè caro amicone mio… eperme non hai capito un cazzo degli ideali del chè..

    • Tengri

      Che dire …. ho timore che tu debba imparare a leggere. O quantomeno a capire cosa leggi. 5 sesti dell’articolo non hanno nulla a che fare con gli ideali del Che ma con la ridefinizione della FIGURA del Che all’interno di quell’orizzonte culturale vagamente definito “occidentale”. Ovvero quello all’interno del quale sia io che te (a meno che tu non sia un maori della Nuova Zelanda) viviamo. In sostanza quello di cui fanno parte tutti quei libri che tu avrai sicuramente letto (spero) e attraverso i quali pensi di aver capito gli ideali del Che.

      Nel sesto che rimane affronto un tema molto scomodo per i “seguaci” del Che. Ovvero tutte quelle pecorelle che, come i fedeli di una religione, invece di dubitare (l’autocritica severa è uno dei pochi lasciti del materialismo filosofico – il marxismo guevarista per intenderci) si limitano ad accettare acriticamente. Ernesto Guevara era un guerrigliero e come tale usava un fucile. Non solo. Il tribunale che nel ’59 sentenziava senza appello i nemici della rivoluzione (con un colpo alla testa se non ti fosse chiaro) lo inventò e lo sostenne lui.

      Questo a me non crea nessun rigurgito morale. Che tra parentesi non era nemmeno il punto centrale del mio articolo. Che fosse giusto o sbagliato a me non interessa. Era così. Punto. L’attitudine reinterpretativa delle culture funziona così: si accetta ciò che serve a generare una mitologia, si espelle il resto. Molti di quelli che si professano seguaci delle idee del Che nemmeno sanno bene quali sono queste idee. O meglio, fanno finta che quelle che non gli piacciono non esistano. Ma questo è esattamente il processo di cui parlo. Quello di mitizzazione.

      Non accettare il lato oscuro del Che fa di queste persone esattamente ciò che sono. Uomini e donne appartenenti a una cultura specifica. Quella Occidentale che ha sconfitto il Che sul piano simbolico. Trasformandolo anche iconicamente nel Cristo del ‘900.

      La tua obiezione quindi non la capisco proprio. Visto che i famosi “ideali del Che” non sono proprio oggetto dell’articolo.

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