Voglio anche io il mio fucile

Giorni fa ho letto un articolo su Europa in cui l’autore si diceva preoccupato per una nuova normativa che, passata al Senato, potrebbe fra poco essere approvata in Texas. In poche parole, chi ha un porto d’armi potrà portare la propria pistola anche nei campus universitari. Ovviamente purché sia nascosta. Le armi infatti negli USA si possono portare. Ma non si devono vedere. Forse per non ricordare troppo i cinturoni di Lee Van Cleef e Clint Eaastwood.

Fatto sta che l’associazione universitaria Students for Concealed Carry on Campus (SCCC) ha esultato. Finalmente anche il Texas, come altri 20 stati quest’anno, darà la possibilità ai propri cittadini giovani di difendersi. L’opposizione grida (ma forse, negli USA, sarebbe meglio dire che sussurra) allo scandalo. I produttori di armi si fregano le mani. E così via. Lo scenario lo conoscono anche i sassi. E non è di questo che ho voglia di parlare. Il business delle armi che sta dietro alla loro diffusione tramite leggi di questo genere è una banalità tale che argomentare contro o a favore è come discutere sul colore del cavallo bianco di Napoleone.

Due cose invece secondo me sono importanti: l’esilità delle argomentazioni contro e i dubbi sulla liberalizzazione.

Parto dalla prima. Secondo l’autore dell’articolo il problema principale è che, mentre altrove si passa, nei campus ci si vive. E i giovani si sa, si ubriacano, fanno casino. Addirittura ammette che nei dorms americani attacchi con il coltello e violenza sessuale sono cose che succedono. A quel punto mi sono andato a leggere cosa ne pensano gli studenti (e non solo a quanto pare) del SCCC sul loro sito. E mi sono trovato di fronte a un’articolatissima argomentazione sul perché, secondo loro, portare pistole nel campus sarebbe del tutto naturale. Intanto, se posso portare la mia arma, al bar, al cinema o in discoteca, qual è la differenza? E se poi è vero che nei campus si commettono crimini perché i giovani onesti non dovrebbero poter ricorrere al Secondo Emendamento e potersi difendere? Di fatto, chi vuole compiere un crimine il modo di procurarsi un’arma lo trova. Chi si deve difendere no. E poi chi ha un porto d’armi, dicono le statistiche citate dal SCCC è addestrato e meno propenso all’utilizzo sconsiderato.  Ovviamente, fra i common arguments dei contrari, viene citata più volte la sparatoria al Virgina Tech in cui uno studente coreano uccise 32 persone. Nella mente di molti oppositori l’episodio basterebbe da solo a chiarire il perché nei campus universitari le armi non dovrebbero entrare. Fatto sta che il giorno del massacro le armi al Virginia Tech non erano permesse. E qualche anno dopo il sistema universitario pubblico delle Virginia si oppose alla loro legalizzazione facendo naufragare un tentativo legislativo in tal senso. Gli studenti del SCCC argomenterebbero che, se fossero state permesse, qualche studente onesto avrebbe estratto la sua beretta e avrebbe difeso se stesso, evitando anche la morte di molti altri.

Insomma. Da dovunque li si attacchi, quelli del SCCC ribadiscono che se le armi sono permesse in altri posti, addirittura meno pericolosi di un campus universitario, perché tante storie.

E io sono in linea di massima d’accordo con loro. Se ci si muove all’interno della logica che ispirò il Secondo Emendamento, e della cultura americana, fortemente protettiva dell’individuo e dei suoi spazi, la logica del SCCC non fa una piega. Voglio anche io il mio fucile. Al centro commerciale come all’università. Tanto più che gli studi citati dal SCCC mostrano come gli spazi weapon-free in realtà non siano assolutamente meno soggetti alle sparatorie di quelli in cui le armi “nascoste” sono permesse. L’argomentazione per cui le loro statistiche siano taroccate è presto obiettata. Le statistiche contrarie potrebbero essere tacciate della stessa distorsione della realtà, solo a favore della tesi avversa. D’altra parte basta guardare il paniere dell’inflazione per capire che la Statistica è la più asservibile fra le scienze sociali.

Inoltre, dal mio punto di vista isole proibizioniste (come questa osteggiata dal SCCC) all’interno di territori liberalizzate sono assurde. Confusive. Disorientanti. Tanto quanto le isole liberalizzate all’interno di territori proibizionisti. A 18 anno sono stato a Copenhagen e come tutti a quell’età sono stato nel quartiere Christiania. Beh, a quel punto meglio proibirla ovunque che creare il ghetto. La gabbia per gli sballati.

Di fatto il problema va affrontato con una prospettiva più ampia. La domanda dovrebbe essere: armi sì o armi no a chi non è un ufficiale di pubblica sicurezza? In Italia abbiamo scelto di no. Negli Usa hanno il Secondo Emendamento. O meglio, in Italia è molto più complesso ottenere un porto d’armi. Perché una volta ottenuto la solfa è la stessa.

E qui vengo al secondo tema. La legalizzazione – liberalizzazione opposta al proibizionismo. Mi sono sempre dichiarato antiproibizionista. La proibizione dell’alcol negli USA degli ani ’20 provocò un tale sconquasso sociale che di fatto venne abolita. Ciò risultò in meno crimine e meno alcolizzati. E le droghe? Ho sempre sostenuto che se fossero vendute in farmacia o al supermercato, il racket legato allo spaccio verrebbe annientato in una notte. Chi si vuole friggere il cervello con il suo bong non si spaventa di certo difronte alla proibizione!! Le sigarette non solo sono liberalizzate e legalizzate, ma le “spaccia” lo Stato. E il tabagismo, in un anno, uccide più delle pistole. 5 milioni di morti secondo l’OMS. Che diventeranno circa 8 verso il 2030. Il discorso potrebbe essere addirittura esteso fino al libero commercio di ingredienti che, se mescolati a puntino, sono sufficienti per creare una bomba. Ne basta una per uccidere in maniera molto più efficace che con un beretta carica. E le istruzioni per confezionare l’ordigno le trovi su internet. I componenti li acquisti un po’ qui e un po’ lì. E che dire della cara vecchia benzina? Un bel pieno in una tanica e volendo fai fuori tutto il condominio!

Eppure pistole e fucili colpiscono incredibilmente l’immaginario comune. Manderemmo a scuola nostro figlio sapendo che un’insegnate impazzito potrebbe prelevare dallo stanzino dei detersivi una bottiglia di acido muriatico e uccidere con un gesto tutta la classe. Se però sapessimo che quello stesso insegnante fosse autorizzato a portare un’arma “nascosta” per difesa personale, molti di noi iscriverebbero il bambino in un altro istituto. Perché?

Difficile rispondere. Posso solo provare ad abbozzare alcune idee che mi sono fatto. Magari qualcun altro mi aiuta.

  1. L’alcool, il tabacco e le droghe uccidono chi ne fa uso. Un’arma uccide gli altri. Vero, fino a quando però un’alcolista o un drogato si mettono al volante. Fino a quando, attraverso tendenze modaiole, l’abuso non diventa affascinante e i comportamenti sociali mutano. E allora il problema non è più solo dell’individuo.  Il fumo, peraltro, uccide anche chi sta intorno al consumatore. Quindi dif atto non solo sé stesso.
  2. Il tabagista, l’alcolista e il drogato muoiono lentamente. Non c’è trauma immediato, riconoscibile, scabroso. Non c’è esplosione, ferita, sangue che scorre. Il tempo è dilatato e, nell’era del “tutto in tempo reale”, ciò che avviene lentamente di fatto non avviene. Viene dimenticato mentre accade.
  3. Una pistola è fatta per uccidere. Viene progettata e costruita perché il suo effetto sia quello di colpire l’avversario. Droghe, alcool e tabacco all’origine sono “ideati” come piaceri. La cultura occidentale e contemporanea, infatti, non li annovera fra gli strumenti rituali di contatto con le dimensioni ulteriori dell’esistenza. Lo sballo non ha nulla a che fare con il rito. La sigaretta dopo il caffè meno che mai. Discutibili, quindi, ma pur sempre piaceri.

Quindi un piacere, che fa male solo a me stesso e che semmai ci mette un sacco di tempo. Se il mio ragionamento fosse giusto si tratta di tutte illazioni facilmente smontabili. Il che ci riporterebbe a square one … all’inizio del ragionamento.

Il mio timore è che, in realtà, si tenda a pensare che di base l’uomo è violento e stupido. E che gli strumenti abbiano un valore in sé. La pistola è cattiva. La bottiglia di vino è buona. Il fucile è cattivo. La Smart in mano a un diciottenne è buona. Quindi, seguendo la logica, se a un soggetto violento e stupido metti in mano una cosa cattiva la utilizzerà per sparare a tutta la scuola. Se invece gli metti in mano una cosa buona, la userà con coscienza. Sono le cose che guidano. Non il soggetto che le usa.

Fondamentalmente non sono d’accordo. Gli strumenti non hanno un valore etico. E’ l’uso che se ne fa a conferirglielo. E anche un fucile può acquisirne diversi. Basta in proposito citare la sigla AK47 perché la maggior parte delle persone (quelli informati) la leghino a tutte le lotte anticolonialiste e di liberazione dell’era contemporanea. Ed ecco che il vecchio Kalashnikov diviene un oggetto di culto.

Ammetto che la situazione è complicata. Certo non mi definisco antiproibizionista rispetto alle armi. Certo non sogno un’Italia americanizzata fino al punto da intravedere la fondina sotto la giacca di Mario Rossi. Però non posso non notare qualche contraddizione anche nei ragionamenti di persone che considero più illuminate di altre.


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