Machete ritorna in Machete uccide e Machete uccide ancora

Finalmente al cinema ho visto un film degno di questo nome. Non solo un bel film. Ma un brano denso di arte contemporanea in cui la forma diventa contenuto e il contenuto viene raccolto e accartocciato, ribaltato e seviziato dalla parodia e dal paradosso.

“Machete” è l’ultimo film di Robert Rodriguez.

Pulp. Se la caverebbero così tanto i critici essenziali quanto i detrattori, fermandosi al sangue che scorre abbondante in molte sequenze. O magari sui go-go boots di Jessica Alba. In realtà Machete è molto di più.

Il tema – se ancora ci fosse bisogno di un tema nel cinema contemporaneo – è presto detto. Quasi banale nella sua tragicità. Ma è proprio lì che iniziano i ribaltamenti che rendono grande la pellicola di Rodriguez. Da decenni i messicani tentano di attraversare il confine con gli USA illegalmente. Molti ci riescono. Molti muoiono nel tentativo. Ai texani la cosa non piace. E il senatore De Niro mette su una campagna apertamente anti messicana per farsi rieleggere. I clandestini sono paragonati a insetti infestanti. Alla malattia. Il fucile che li uccide e il futuro muro elettrificato sono la cura. D’altra parte i messicani che ce l’hanno fatta si organizzano grazie alla Rete. Un network guidato e ispirato dalla leggendaria She, l’esplosiva Michelle Rodriguez. Padrona del camioncino dei tacos e punto di riferimento dei bisognosi. Dietro a tutto, l’intreccio fra politica e mafia governato dal narcotrafficante con katana Steven Segal.

Davanti a tutto invece c’è Machete. Ex agente federale, operaio per necessità, quasi assassino per bisogno. Né messicano, né americano. Il simbolo stesso del disorientamento culturale. Dell’identità fallita. O forse dell’inutilità stessa dell’identità. L’esatto opposto della retorica della bandiera. Un eroe burbero e sanguinario, stereotipato fino al parossismo, a cui presta il volto Danny Trejo. Motocicletta, tatuaggi, capelli lunghi e stivali di pelle, donne stupende a suoi piedi. I tratti del giustiziere trasandato e implacabile ci sono tutti. Pronti per essere travolti dalla macchina narrativa di Rodriguez. Ma è il machete, che Tejo preferisce alle armi da fuoco, l’elemento chiave.  Rozzo antagonista dell’affilata katana di Segal. Uniche armi da taglio in mezzo a tanta polvere da sparo sparsa sulla maggior parte delle sequenze del film e, ovviamente, destinate all’incontro-scontro del finale.

Tuttavia, i protagonisti veri del film sono l’ironia grottesca e la citazione. Ovunque, come piace al pupillo di Tarantino, le scene alludono a qualcos’altro. E lo stravolgono, lo distorcono. Sono soprattutto i telefilm e i film di genere ad essere “virgolettati” in Machete. Dall’Uomo Bionico, a Renegade, ai film di Segal che fa il verso a sé stesso. Dalla commedia sexy all’italiana, al pastone western alla Walker Texas Ranger, Machete fa il verso a tutti. Persino ai rapper bianchi e manierati alla Eminem. Il ribaltamento sacrilego di Rodriguez non risparmia nessuno. Nemmeno la chiesa, impersonata dal prete vendicatore Cheech Marin, fratello di Machete.

Il montaggio serrato e la musica sottolineano con arte, spesso per contrasto, le varie sequenze. In maniera insolita ed esilarante. Sì perché Machete è soprattutto un film esilarante. Estremo. Che solletica la risata emotiva dando ancora più valore alla tragicità del tema. Sgretolando i luoghi comuni e lasciandoti nudo di fronte alla realtà. Che spesso è quella che non c’è. Quella non rappresentata dall’opera. E infatti nel film, il grande assente è proprio il Messico, che non si vede mai o quasi. Il luogo mitizzato dell’esodo. A di là del qui e del noi delimitato dalla recinzione di filo spinato oltre la quale si spinge solo il luogo comune.

Unica nota stonata l’interpretazione un po’ sciapa e asettica di un’abbronzatissima Jessica Alba che sta sicuramente meglio nella tutina di Sue Storm che sui tacchi affilati dell’agente della famigerata Migra.

Certo è che se Pirandello fosse ancora vivo vedrebbe in Rodriguez un insolito applicatore del suo metodo. Perché “l’umorismo è un fenomeno di sdoppiamento nell’atto della concezione;  è come un’erma bifronte, che ride per una faccia del pianto della faccia opposta”.


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