Mammiferi nell’alveare

Come tutte le civiltà anche quella che per comodità siamo soliti chiamare “occidentale” ha raggiunto la propria fase ellenistica. Quella che segue l’apogeo e che la conduce, a meno di ripensamenti radicali, al proprio declino. I segnali sono ovunque. Crisi economiche sempre più frequenti. Distruzione progressiva degli ecosistemi. Sovrappopolazione. Aumento delle povertà. Perché la povertà non è solo quella economica. Stress sociali e psicologici sempre meno gestibili.

In molti si interrogano su queste dinamiche. Ci sono i teorici dell’eterna fase di passaggio. Ci sono gli specialisti dei vari settori (economisti, sociologi, psicologi, ecc). Ci sono gli ottimisti che dicono che va tutto bene. Ci sono i pessimisti che sostengono che la storia dell’uomo è sempre stata così. Ci sono i credenti, di fede o ideologia poco importa, che reinterpretano tutto in funzioni di schemi preordinati. E quindi i conti tornano sempre.

Io non riesco a riconoscermi in nessuna di queste categorie. Eppure un’idea me la sono fatta. Le nozioni base dell’antropologia e dell’etologia mi hanno in questo senso aiutato. Comportamento dell’uomo, comportamento dell’animale. D’altra parte cos’altro siamo?

La nostra specie ha vissuto per milioni di anni vagando fra foreste e savane in gruppi piccolissimi e vivendo di ciò che l’ecosistema offriva per la sopravvivenza. Per centinaia di migliaia di anni in piccoli gruppi seminomadi, raccogliendo e cacciando piccola selvaggina. Per qualche migliaio di anni di orticoltura di sussistenza in piccoli agglomerati stanziali. Poi nell’arco di un paio di millenni abbiamo trasformato la Polis nella Metropolis. Dall’agglomerato amministrativo con intorno le campagne e i territori sconosciuti si è passati nell’arco degli ultimi 150 anni all’illusione sterilizzatrice del cemento.

Milioni di anni per alzarci sulle zampe posteriori e sviluppare il pollice opponibile. Pochi decenni per trasformare i variopinti colori della natura nel grigio uniforme delle metropoli. Lo shock etologico è inimmaginabile. Non più città-stato ma città grandi come Stati. Dove si assiepano milioni di bocche che masticano. Milioni di intestini che defecano. Milioni di corpi da proteggere, coprire, lavare, soddisfare.

Il vecchio Malthus sosteneva che i numeri ci avrebbero annientato. L’uomo non sarebbe mai riuscito a produrre risorse sufficienti per sfamare una popolazione crescente in maniera esponenziale. Si sbagliava. Ma forse solo in parte. Le scienze, oltre a ridurre la mortalità hanno svelato modi – più o meno perversi – di produrre più cibo. La denutrizione non è cero sconfitta ovunque ma non è certo quella la conseguenza peggiore della sovrappopolazione. Lo shock peggiore, secondo me è sociale e psicologico.

L’uomo è un mammifero. E i mammiferi sono nomadi, al massimo territoriali, non stanziali. Vivono in piccoli gruppi con grandi spazi a disposizione. Il gruppo sopravvive se rispetta la capacità di carico dell’ambiente. E ciò avviene istintivamente anche nei mammiferi più evoluti. Se il gruppo cresce troppo e non ci sono nuovi territori che garantiscano la sopravvivenza, la natura innesca il conflitto, le madri uccidono i neonati di troppo, i maschi si uccidono fra loro finché la situazione non torna in pareggio. La natura non è simpatica. La natura è efferata e l’obiettivo è sempre la preservazione dell’ecosistema. Che ci piaccia o no è così.

Il pensiero riflessivo che solo l’uomo ha sviluppato ci ha dato l’illusione di poter non solo governare ma violare queste semplici regole. Gruppi sempre più numerosi hanno saturato gli spazi orizzontali e hanno iniziato ad accatastarsi in case con sempre più piani, sempre più vicine le une alle altre. Calpestando gli spazi vitali dei propri simili il mammifero umano si è intrappolato come un insetto nell’alveare di cemento.

Violata la propria identità di specie, nonostante la tecnologia, nonostante gli strumenti, nonostante (o forse a causa del pensiero riflessivo) il mammifero umano ha perso la propria identità e vive paradossalmente disorientato in luoghi in cui è impossibile perdersi.

E’ questo il nostro grande dramma. La nostra malattia più grave, alla base di tutte le altre. Quelle sociali e quelle psicologiche. E forse anche di alcune di quelle strettamente mediche.

Le prove di questa tesi sono nel comportamento stesso dell’uomo contemporaneo.

Ad esempio non è un caso che i piccoli gruppi di raccoglitori e cacciatori che vivono ancora oggi in alcune foreste del pianeta abbiano un comportamento “ecosistemico” incredibilmente vicino a quello dei mammiferi. Seminomade e territoriale, non stanziale. Basato sul controllo severo del numero delle persone in relazione all’ambiente e alla capacità di sostenerle. Addirittura, in quel caso il pensiero riflessivo li spinge a creare complesse regole rituali per governare la relazione uomo-ecosistema nel modo migliore. Quei popoli sono ancora nella fase in cui il pensiero riflessivo lavora per favorire il benessere, non per celare le minacce dietro a comode razionalizzazioni.

E non è nemmeno un caso se nelle involute e decrepite società dell’uomo insetto i simboli dell’emancipazioni sono direttamente proporzionali alla distanza dalla folla. Le vacanze, il viaggio, il week end, gli sport in natura, la casa in campagna, l’abitazione nell’interland, la macchina grande e alta che ti isola. Rilassarsi, per l’uomo contemporaneo, equivale semanticamente a una stanza silenziosa con musica che simula le onde o le fronde degli alberi, con poca gente, possibilmente in solitudine.

Nonostante gli ammennicoli e le sovrastrutture l’uomo è e resta un mammifero. Che pensando di essere libero vive invece in cattività.

Per uscirne ci sono solo due soluzioni. O prendere atto di questo e ristrutturare le aggregazioni sociali verso un modello maggiormente “da mammifero”. Oppure rassegnarsi alla vita nell’alveare e agire di conseguenza. Attenzione però, perché le società affollate degli insetti sono rigide monarchie. Si nasce in una casta e lì si rimane. Ognuno il suo compito per il bene comune. Regole ferree che mettono la vita del singolo in fondo alla scala delle priorità.

E’ dall’ossimoro del mammifero nell’alveare che nasce la nostra crisi.

Certo, è necessario provvedere solo nell’ottica in cui intendessimo sopravvivere come specie. D’altra parte, come concludeva un bellissimo libro che lessi quando ero all’università “il pianeta ha vissuto per milioni di anni senza di noi. Non si rammaricherà certo di una nostra futura assenza”


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