Impensabile … o umano?

Ieri ho visto un film. “Unthinkable” di Gregor Jordan. Con un Samuel L. Jackson appesantito ma non per questo meno efficace. Con una Carrie-Anne Moss non sempre convincente. E con un Michael Sheen un po’ ripetitivo ma sostanzialmente nella parte.

La trama è presto detta. Un terrorista americano di fede musulmana piazza tre bombe nucleari in 3 città USA. Si fa catturare. L’intelligence USA ricorre al veterano H (Jackson) e a un’agente dell’FBI (Moss) – il nome mi sfugge – per scoprire dove sono le bombe e disinnescarle prima che esplodano. H è un esperto di torture e utilizza tutti metodi possibili per ottenere informazioni. Alla fine ci riuscirà tagliando a Younger (Sheen) alcune falangi, sottoponendolo a ripetute scariche elettriche, sgozzando la moglie difronte ai suoi occhi e minacciando di fare altrettanto con i suoi due figli. A ciò si aggiunge l’atmosfera claustrofobica del bunker in cui ci svolge la vicenda. Il tutto condito con l’oscillazione continua degli altri inquirenti. Inorriditi dalle pratiche di H, ma con il dubbio perenne che esse in effetti rappresentino l’unico modo di risolvere la questione.

Dopo ripetuti tentativi falliti, “impensabile” è la parola che H usa per descrivere l’ultima azione possibile. Usare i figli per convincere il padre a parlare. Impensabile. Torturare bambini per salvare milioni di vite. Impensabile.

Il film è sostanzialmente mediocre. Non lo citerei fra i miei preferiti. Ma il tema è delicato.

Quali sono i diritti civili da proteggere? Quelli del prigioniero che non va torturato o quelli dei milioni di cittadini che potrebbero morire se le bombe esplodessero? Soprattutto quando fra quei milioni ci sono tua moglie e i tuoi figli, che vivono nella stessa città.

E’ chiaro. Siamo tutti d’accordo. La tortura non può essere considerata parte degli strumenti dell’inquirente. In una situazione normale certo. Ma se mancassero 3 giorni alla fine cosa faremmo noi?

E’ fin troppo facile vedere in H il moloc del Governo americano e liquidare la questione. La ragione da una parte, il torto dall’altra. Senza però considerare il dramma dell’uomo. Il contesto della minaccia incombente. Il tema della sopravvivenza che sta marchiato a fuoco nelle zone più animali e recondite del nostro cervello. Quelle che nel momento del pericolo ci spingono con forza verso la preservazione della vita. A tutti i costi.

La mia convinzione è che in quel momento le regole del vivere civile saltano. Semplicemente non valgono più. E l’uomo torna a essere un mammifero in un territorio ostile. Che lotta per eliminare ciò che si frappone fra sé stesso e la propria sopravvivenza. Lecito o giusto sono aggettivi che non hanno più senso. Solo ciò che è utile e funzionale giustifica l’azione. E’ facile osservare l’etica in tempo di pace. Più difficile farlo quando a rischio è la sopravvivenza stessa.

Sembrerà assurdo. Ma da sempre sono interessato a quella zona d’ombra … o di luce … in cui l’uomo non riesce più a osservare le regole che egli stesso si è dato. A quel momento in cui il mammifero torna in superficie. A quel lampo di autenticità e assolutezza che abbatte le convenzioni e libera l’istinto. Cerco di capire cosa lo generi, cosa lo scateni.

E la domanda che spesso disturba il mio sonno è: cosa farei io in quella situazione? Impossibile rispondere senza esserci dentro. Impensabile. O forse solo umano.

PS: alla fine Younger, il terrorista, per salvare i figli rivela la location delle tre bombe. Ma H capisce che ce n’è una quarta e che Younger ha previsto tutto. Ora i figli sono liberi. Gli agenti tolgono Younger dalle grinfie di H che vorrebbe concludere l’interrogatorio. Ma il terrorista riesce ad afferrare una pistola e si uccide. Il countdown della quarta bomba arriva a zero. Schermo nero. Titoli di coda. E io penso: due bambini salvi e milioni di vittime.


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