Tracce bianche

Quelle che lascio nel mondo. Le uniche che accennano al mio passaggio. Quelle della magnesite sulla roccia. Che raccontano di gente curiosa che ha voglia di giocare e sperimentare. Qualcuno cerca nel verticale l’equilibrio e la forza che non trova nell’ordinario del suo mondo orizzontale. Qualcuno si innamora del tunnel in cui entri quando attacchi la via e da cui esci solo quando sei in cima. E guardandoti alle spalle ti rendi conto che per quegli istanti c’eravate solo tu e la roccia. Cancellati i rumori di fondo. Eliminato il fracasso della civiltà. Il ronzio dei pensieri. Qualcun altro nella sua avventura verso l’alto trova il mammifero dimenticato. L’uomo dei primordi. L’animale che ancora risiede nella corteccia interna del nostro cervello. E in quegli attimi di danza contro la gravità l’istinto di sopravvivenza ci riaggancia con un brivido a ciò che eravamo. Ci lascia annusare il pericolo. Accarezzarlo. Corteggiarlo e aggirarlo. Qualcuno nel verticale cerca risposte. Va, ma trova solo domande. Tutti però lasciano solo tracce bianche.

Tracce bianche

Quelle che cerco nei luoghi. Le lingue bianche che scendono dalle montagne e che con caparbietà ci ostiniamo a salire. Neve. Ghiaccio. Acqua resa solida da un numero con il meno davanti. Per poco tempo. Ma quanto basta per regalarci l’emozione di quella danza leggera sull’inconsistente. Nel freddo pungente che mi fa sentire vivo. Che libera la mia mente. Le lingue bianche su cui gli attrezzi lasciano piccole ferite che il sole e la notte rimarginano. E il nostro passaggio è silenzioso. Indolore. Dimencticato. Le tracce bianche che da lontano intuiamo cercando una linea. Che assumono forme diverse. Che un anno ci sono, quello dopo chissà. Che giocano a nascondino. Presenti. Assenti. Aleatorie.

Tracce bianche

Quelle che ho visto sui visi della gente. I segni di scelte che si perdono nella notte dei tempi. Sui visi di guerrieri. Di cacciatori. Di donne alle prime mestruazioni. Di ragazzi che diventano uomini. Le tracce bianche che raccontano la bellezza della diversità. E l’inutilità di un mondo uniforme. Tutto uguale. Quelle che mi ricordano i sorrisi dei bambini della foresta. I nasi corrosi dal vento sulle montagne dell’America Latina. Le cicatrici sulla pelle scura di chi vive vicino alla guerra. Tracce bianche che raccontano vite. Uniche.

Tracce bianche

Quelle che la vita lascia sul mio corpo. Peli bianchi che compaiono e mi ricordano che il tempo passa. Che oltre la vita c’è il buio e che ogni secondo è prezioso. Ha un valore e va rispettato. Che vivere a pieno, amare fino al limite e ridere spesso sono le chiavi per un cammino sano e felice. Il resto è solo la stupidità dell’uomo che attraversa la tua strada. Senza guardare né a destra né a sinistra. Perché la stupidità è solida e non ha paura di farsi male. E allora sei tu a doverla schivare. Per fare in modo che ciò che resta di te non siano solo … Tracce bianche.


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