Non abbiamo piu’ bisogno dell’Euro

Se ne sono accorti pure i tedeschi. E a proposito di loro, ieri in un’intervista alla stampa Prodi tornava sulla questione dell’euro dicendo

In Europa c’è un paese più forte di tutti, la Germania, ossessionato dal rigore e dall’inflazione in maniera talmente profonda che rischia di danneggiare anche sé stesso. […] Politicamente non le conviene cambiar rotta, ma pragmaticamente è una posizione che non riesco a capire. […] un anno fa fioccavano studi che certificavano l’austerità come formula assoluta per combattere il debito killer. Lo stesso FMI sosteneva che fosse l’unica medicina in grado di curare la crisi. Oggi si hanno prove che non è così e perfino l’FMI ha detto che si è andati un po’ troppo oltre.

Alcune precisazioni sui grassetti:

  • Fioccavano studi che certificavano l’austerità. E meno male che questo dovrebbe essere un’economista esperto. Di studi, caro Prodi, ne fioccavano (e forse di più) che dicevano l’esatto opposto. Vedi la teoria della aree valutarie ottimali. Roba di cui sa addirittura il sottoscritto che non è nemmeno laureato in economia. Il problema è solo nella volontà politica di ascoltarle
  • Il debito killer. E anche qui Prodi/La Stampa non rinunciano al terrorismo mediatico. Il capitalismo è un sistema economico basato sul debito. Se non esistesse il debito, non esisterebbe nemmeno il credito. Ma va beh. Altra roba da Economia I, lezione I. Prodi non è che non lo sa. Fa finta di non saperlo
  • Il FMI sosteneva l’austerità. In realtà la sostiene tutt’ora. Fa parte delle ricette consuetudinarie propinate a tutte le economie “in difficoltà” (spesso causate ad hoc) che il FMI si affretta a soccorrere. I soldi prestati vanno restituiti e i tagli alla spesa servono a questo. Ma soprattutto a inscenare la famosa credibilità che spinge i capitali speculativi a inondare l’economia in difficoltà. Promettendo miracoli e risultando (nel 90% dei casi finora) in macerie.

Durante l’intervista Prodi dichiara anche che “così si dà l’impressione che l’euro sia una moneta debole. Invece è fortissima”. Il termine in economia ha valenze multiple. E il furbone lo sa. Cosa significa forte? Che vale tanto? O che promette benessere a ci la usa? Perché nel secondo caso direi che il tedesco Oskar Lafontaine è molto più onesto. E leggere la sua analisi ci fa capire quanto anche il miglior Prodi sia in realtà pessimo.

 

Lafontaine: non abbiamo piu’ bisogno dell’Euro

Fonte: vocidallagermania.blogspot.it

Il leader storico della sinistra tedesca, Oskar Lafontaine, con un importante commento su Handelsblatt, esce allo scoperto e attacca la moneta unica: l’Euro è un fallimento, abbiamo bisogno di un nuovo sistema monetario europeo. Da Handelsblatt.de

L’Eurosistema è stato progettato in maniera sbagliata e non puo’ funzionare. Una casa con la statica difettosa, prima o poi crollerà. Abbiamo bisogno di un nuovo sistema monetario europeo piu’ stabile.

Il pioniere della SPD e direttore di lunga data dell’Istituto Max Planck per la ricerca sociale di Colonia, Fritz Scharpf, scrive: siamo stati ingannati da false teorie economiche e dal nostro entusiasmo per l’Europa. L’Euro ha prodotto sfiducia, disprezzo e ostilità fra i popoli europi. Chi ama l’Europa, vuole la fine dell’Euro. Con queste parole ha fatto partire all’interno della SPD una discussione sull’attuale politica europea.

Coloro che in passato si sono espressi sull’Euro, sostenevano di amare l’Europa. Tuttavia giungevano a conclusioni molto diverse.

Prima di tutto ci sono quelli che considerano l’Europa un mercato di sbocco per l’export tedesco. Da buoni nazionalisti camuffati, i rappresentanti del sistema economico e dei partiti tradizionali, quando si parla di un’alternativa al sistema attuale, iniziano ad illustrare i pericoli per l’economia dell’export tedesco. Raramente capita di sentire questi “europeisti” parlare della catastrofe umana del sud Europa.

Piu’ credibili nel loro impegno per l’Europa, invece, sono coloro che vedono nel trasferimento di sovranità alle istituzioni europee e in un rafforzamento del Parlamento europeo un modo per salvare l’Euro. A loro si dovrebbe obiettare: non si tratta dell’Euro, ma dell’Europa. I fan di Merkel – “Se muore l’Euro, muore l’Europa” – ancora una volta dimostrano di avere un concetto di democrazia molto limitato: se il Parlamento europeo viene rafforzato, allora andrà tutto bene.

Al centro dell’ideale europeo ci sono la democrazia e lo stato sociale. Vogliamo coinvolgere quanto piu’ possibile i cittadini e le cittadine sulle decisioni riguardanti la cosa pubblica, e vogliamo garantire attraverso un’assicurazione sociale la possibilità di coprire i cosiddetti rischi della vita.

Il progressivo trasferimento di sovranità alle istituzioni di Bruxelles è la strada sbagliata per consolidare la democrazia e lo stato sociale. I principi fondativi di una società democratica, in cui prevalgono gli interessi della maggioranza, sono la sussidiarietà e il decentramento. Cio’ che, partendo dalla comunità al livello piu’ basso, puo’ essere fatto in maniera decentrata, non deve essere trasferito al livello superiore – provincia, regione, stato federale, Europa.

Il nostro sistema economico invece centralizza sistematicamente. Coloro che consciamente o inconsciamente pensano all’interno delle sue categorie, ne sostengono una ulteriore centralizzazione. Ci sono due importanti ambiti economici che ci mostrano quanto questo percorso di sviluppo sia sbagliato. La globalizzazione e la centralizzazione delle banche promossa dal capitalismo finanziario hanno portato l’economia mondiale alla crisi attuale. Una società democratica dovrebbe tornare al sistema delle casse di risparmio di piccole dimensioni, e porre fine al devastante trambusto dei giocatori d’azzardo. Che Wall Street ormai governi gli Stati Uniti è diventato un luogo comune, e che in Europa i governi e i parlamenti seguano le direttive delle banche è ormai evidente.

La concentrazione nel settore energetico ha portato all’energia atomica e oggi dà vita ad un grande progetto industriale come Desertec. Una politica energetica amica dell’ambiente dovrebbe essere decentrata e basata sulla ri-municipalizzazione. Alcune piccole comunità già oggi si fondano sull’auto-approvvigionamento di energia.

Il progetto per il progressivo trasferimento di sovranità a livello europeo, pieno di buone intenzioni, come si puo’ vedere da questi esempi, non è giustificato dai fatti e ci porta ad un ulteriore smantellamento della democrazia. Nessun Parlamento sarebbe controllato dalle lobby piu’ di quello europeo.

L’Eurosistema attuale ci sta portando alla distruzione dello stato sociale, non solo nel sud Europa. La politica imposta dai partiti tradizionali e fondata sull’Agenda 2010 ha demolito lo stato sociale tedesco, e con una politica di dumping salariale deve essere considerata responsabile per il fallimento dell’Eurosistema.

Affinché la casa europa, mal costruita, non crolli, dovranno essere innalzati dei muri di sostegno. Il sistema monetario europeo dovrà essere flessibile e democratico. Poiché l’egemonia della Bundesbank all’interno dello SME veniva considerata insopportabile, gli stati europei, sotto la guida della Francia, hanno imposto la moneta unica. E ora che “l’Euro finalmente parla tedesco”, come hanno detto i bravi nazionalisti cristiano-democratici, gli europei, invece dell’egemonia Bundesbank, si sono guadagnati i diktat di una Cancelliera inesperta d’economia.

L’Eurosistema è stato progettato in maniera sbagliata e non puo’ funzionare. Una casa, la cui statica è difettosa, prima o poi crollerà. Come sostenitori dell’Euro abbiamo creduto a lungo di poter cambiare la costruzione europea e rendere la casa stabile. Gli ultimi anni ci hanno pero’ mostrato che è stato un errore. L’introduzione di una moneta unica ma con diverse politiche economiche, finanziarie, sociali, salariali e fiscali, in presenza di dumping salariali e fiscali, non poteva funzionare.

Alcuni dei paesi in crisi continuano ad operare uno sfacciato dumping fiscale. La Germania, ai tempi del governo rosso-verde e della grande coalizione, ha accelerato il passo nella corsa europea alla competizione fiscale mettendo in campo un irresponsabile dumping salariale. Con l’Eurocrisi si è sviluppato un circolo vizioso in cui gli squilibri sono diventati sempre piu’ grandi.

Il quadro istituzionale europeo – limiti al deficit, nessun finanziamento pubblico da parte della banca centrale, nessuna unione di trasferimento e la clausola di no bail-out – alla luce della situazione attuale, non puo’ durare a lungo. Di fatto la violazione dei trattati e del diritto sono diventati il fondamento per il salvataggio delle banche e degli stati. Lo stato di diritto appartiene all’Europa quanto la democrazia e lo stato sociale.

Il sistema monetario proposto per il rinnovo delle politiche di integrazione europea dovrà evitare gli errori politici ed economici del suo predecessore. Le svalutazioni e le rivalutazioni dovranno seguire i differenziali di inflazione. Soprattutto dovrà esserci una legittimazione democratica. Non dovrà esserci l’egemonia di una banca centrale o di un governo. Una istituzione controllata o almento legittimata democraticamente sarà obbligata ad operare interventi monetari che possano stabilizzare l’economia europea e la difendano dal caos dei mercati finanziari. La reintroduzione del controllo sui capitali aiuterà a combatterne la fuga verso l’estero.

L’argomento spesso usato per sostenere che il passaggio ad un altro sistema monetario è collegato con disordini sociali, è senza dubbio vero. Ma restare nel sistema attuale ci porterà a danni ancora maggiori. Una transizione ragionevole e controllata verso un nuovo sistema monetario europeo è sicuramente meglio di una inevitabile rottura, a cui volenti o nolenti, saremo costretti.


Minisaggio a puntate: Grillo e la crisi italiana

Interessante. Un analisi equilibrata che mi sembra mettere alcuni puntini sulle I. L’autore è un’esperto di comunicazione  e marketing social.

 

Fonte prima parte: http://biagiocarrano.blogspot.it/2013/04/minisaggio-puntate-grillo-e-la-crisi.html

Fonte seconda parte: http://biagiocarrano.blogspot.it/2013/03/minisaggio-puntate-grillo-e-la-crisi.html

 

Parte 1: democrazia e internet

Chi si attarda a tentare di inquadrare il MoVimento 5 Stelle in uno schema di destra o di sinistra, chi discute su se sia stato internet o la televisione a produrre il maggior numero di voti, chi cerca un parallelo politico nelle esperienze estere o di altre epoche (ne elenco alcune: qualunquismo, poujadismo, peronismo, personaggi come Viktor Orban, Nigel Farage, Pym Fortuyn, eccetera) semplicemente non ha capito nulla non solo del MoVimento, ma soprattutto non ha capito che il cambiamento intende impattare non solo sul sistema politico ma sull’assetto sociale complessivo del paese Italia e sulle ideologie dominanti, intese come retoriche che legittimano comportamenti e assetti di potere.

Democrazia, rete, rappresentanza

Nel 1995 la rivista Time pubblicò una copertina dell’edizione internazionale con un ritratto di George Washington con due auricolari: wired democracy, recitava il titolo. Wired come connessa, ma anche come recintata: processi decisionali basati sull’informatica che possono escludere più che includere. La rivista già parlava di un “populismo elettronico” , che, in polemica opposizione alla distanza tra eletti e cittadini, spingeva  i politici a prendere in considerazione ogni sondaggio, ogni telefonata o fax, ogni iniziativa promossa da talk show televisivi o radiofonici, con il rischio di creare un corto circuito tra media e democrazia rappresentativa. Che ne è del processo decisionale esperto se esso si fa condizionare da umori e passioni che non trovano un momento di elaborazione e confronto con visioni opposte? Dunque l’ambivalenza dei media e di internet in rapporto alle forme di partecipazione popolare non è cosa nuova a chi se ne occupa.

All’ambiguità dei media e ancor di più di internet si aggiunge anche l’ambiguità del concetto di democrazia, parola che sembra inequivoca, bella e lucente, usata, quasi sempre a sproposito e sulla base di un equivoco, per rendere inattaccabile ogni frase in cui la si cita o la si celebra.

Ma cosa si intende quando si parla di democrazia? Si crede comunemente che tale concetto sia nato nella Grecia classica ma si tratta di una mera assonanza fonetica. Democrazia era un termine usato spregiativamente dai nobili per indicare letteralmente “lo strapotere brutale del popolo” e Tucidide fa dire a Pericle che “La parola che utiliziamo per definire l’organizzazione del potere cittadino è democrazia per il fatto che essa, nell’amministrazione, si qualifica non rispetto ai pochi ma rispetto alla maggioranza”. E la maggioranza che aveva diritto di partecipare alle assemblee dell’agorà era costituita in effetti da una minoranza, composta solo dai maschi adulti che possedevano abbastanza risorse per pagarsi l’attrezzatura militare. Lo stesso Tucidide afferma che ad Atene non c’era la tanto vituperata democrazia (strapotere del popolo) ma un principato, inteso come governo di un protos aner, lo stesso Pericle, appunto. (Cfr. Luciano Canfora, La democrazia, storia di un’ideologia).

Da queste ambiguità duplici e tra esse intrecciate discendono oggi tutte le idee e le false metafore che parlano di internet come la nuova “agorà”, meglio come di un’agorà digitale”. Siamo costantemente vittime di giustapposizioni logiche che quando riescono a diventare metafore finiscono per confonderci e per spingerci a non interpretare i fenomeni “iuxta propria principia”. La democrazia moderna è un’agorà greca oppure è un governo del popolo, dal popolo, per il popolo, come la storica definizione di Lincoln? Quali aspetti della democrazia modernamente intesi vengono toccati da internet? Per arrivare al tema del momento: l’uso che Grillo fa della rete è davvero “democratico”?

Tra le tante declinazioni moderne della democrazia ce ne sono due che approfondirò: democrazia come diritto d’accesso (a informare, informarsi  ed essere informati) e democrazia come “governo in pubblico”.

Vediamo il primo caso. Checché ne scriva Serena Danna, il blog di Beppe Grillo è stato in questi anni il principale luogo di informazione su fatti e iniziative spesso volutamente ignorati dai media mainstream in Italia. Una serie di tematiche che il sistema dei media rifuggiva, minimizzava o censurava ha trovato spazio sul blog di Grillo. Ricordo a memoria il dramma di Federico Aldovrandi, i danni causati dagli inceneritori e dai ripetitori, il movimento No Tav. Il blog ha offerto la possibilità a tanti cittadini di dire la propria tramite un commento quando questo costume era ritenuto eretico dai principali quotidiani online. Inoltre ha consentito lo sviluppo di dibattiti tra i partecipanti attraverso i lunghi thread che si sviluppavano, ha creato degli opinion leader (alcuni di essi oggi in parlamento) che partecipavano più costantemente e con maggiore acume e preparazione alle discussioni. In questo senso sbaglia la Danna a parlare di un utilizzo vecchio del blog. Il web sociale non è dato dall’uso di piattaforme banalmente intese come social quali  Twitter o Facebook ma dalla logica di utilizzo del media stesso. Se utilizzi un blog per aggreggare sei più “2.0” di un’azienda che sulla sua pagina facebook spara aggiornamenti in una logica meramente broadcast.  Se non è sociale un blog che riesce ad aggregare persone in migliaia di incontri reali sul territorio e finisce per essere votato da 8,7 milioni di italiani non so cosa possa esseredefinito “social”.

Ecco quindi che il blog di Grillo  (che si definisce, non a caso,  “il primo magazine solo in rete”) ha creato una zona franca di discussione che oltrepassava l’agenda setting dei media predominanti. La diffidenza se non il disprezzo verso i media tradizionali non è stata dunque una strategia elettorale ma nasce da scelte editoriali e da una critica di fondo ai media tradizionali elaborata su numerosi episodi di censura o di distorsione dei fatti denunciati per anni da Grillo.

Il secondo elemento democratico è quello del “governo in pubblico”. In questo senso il blog di Grillo si inserisce in una corrente molto più ampia che ha avuto il suo apice in Wikileaks. I rimborsi elettorali sono quasi folclore rispetto all’idea di portare le telecamere dei cellulari dentro le Camere e dentro le Commissioni parlamentari. In questo vi è una radicalità che trovo difficile non definire democratica, nel senso appunto di una costante scrutinabilità del potere da parte del cittadino informato.

Quindi una rete intesa come strumento di governo in pubblico, questo sì considerato dai grillini come un elemento di rottura rispetto all’opacità che caratterizza i processi decisionali italiani. Ovvio che questo principio, praticato da sprovvedute come Gessica Rostellato, porta a situazione patetiche e ridicole. Facile prevedere che ve ne saranno altre: la profondità di comprensione delle dinamiche della rete tra i promotori del Movimento e alcuni eletti in Parlamento è abissale.

Questo ci porta a ragionare nel prossimo post sul modello di governo della rete. Se non vi è un centro e la rete è per sua natura acefala, la leadership non è in un punto della rete (dove al massimo ci può essere un’aggregazione di attenzione e di reputazione), ma dietro o sopra di essa, ovvero in chi crea le condizioni e l’architettura logica e ideologica della rete.

Parte 2: rete, gerarchia, organizzazione

Molto si è polemizzato sull’utilizzo tradizionale e broadcast che Grillo e Casaleggio farebbero del blog. Ragionamento opinabile, se non distorto dalla malafede. Il titolare del blog non risponde ai commenti promossi dai suoi post, indi non crea la conversazione, non si apre “alla diversità e al confronto”, quindi è ununiverso chiuso, autoreferenziale, “centripeto e partigiano”. Ovvio quindi il sillogismo: il MoVimento 5 Stelle non dà spazio alle critiche, è autoritario, in definitiva è antidemocratico. Fine della storia: incaselliamo Grillo con Orban e Marine Le Pen (che rimastica il timore antieuropeo nell’interpretazione di Hollande ai fini di polemica interna e lancia inviti che cadono nel vuoto della sua incomprensione del fenomeno 5 Stelle) e non se ne parli più.

Forse però le cose non sono così semplici. Il blog di Grillo è una piattaforma sociale che ha connesso finora centinaia di migliaia di vite. Un luogo virtuale dove si scatenano di continuo decine di discussioni molto concrete che vanno, per toni e concetti, dal raffinato al greve. I commenti possono essere votati e acquisire maggiore visibilità. Queste discussioni e i relativi commenti finiscono per “esondare” su altre piattafome sociali come Facebook e Twitter, suscitando interesse e polemiche, consenso e insofferenze. Tutti questi moti browniani di pensiero scatenati dal blog hanno il carattere tipicamente anomico e acefalo di una rete senza snodi. Producono consenso o polemica ma senza un ordine, una gerarchia di impatto o una prevedbilità dimostrabile, come quella che appunto della diffusione di un virus. Questo movimento acefalo si è verificato anche nelle rivolte arabe, quando hanno si sono creati sul web infiniti focolai reali o virtuali di protesta contro i regimi, facendo emergere come sentire comune pensieri e idee fino a poco prima censurate dai media tradizionali, controllati dai vari rais. Ma le rivolte libertarie non sono diventate rivoluzioni libertarie proprio perché la natura acefala di internet non ha fatto emergere leader capaci di introdurre i principi di internet negli assetti giuridici che regolavano questi stati. Inevitabile è stata dunque la presa del potere da parte degli islamisti che avevano invece una struttura, rigorosamente gerarchica, capace di inserirsi nel vuoto di potere e legittimazione creato dalla rivolta diffusa da internet.

La contraddizione organizzativa del M5S sta propria nella gestione di una piattaforma sociale libertaria tuttavia controllata dai due fondatori Grillo e Casaleggio (il quale ha paragonato il controllo sui media italiani di massa di Berlusconi a Matrix).  La gerarchia non sta nella piattaforma sociale, ma sta dietro o sopra di essa, in chi la rende possibile. L’ipocrisia o l’ingenuità di chi accusa i due di non essere democratici sta proprio nel non rendersi conto che ogni rete, ovvero ogni sistema non gerarchico, ha almeno un livello di gerarchia in chi rende la stessa rete possibile. Mentre dentro la rete le gerarchie non esistono e possono verificarsi semmai degli snodi temporanei di consenso, il potere gerarchico di chi fa sussistere la rete è assoluto. È la gerarchia semi totale sul web che ha Google, è quella totale che hanno sulle loro piattaforme i dirigenti di Facebook e Twitter, è la gerarchia fondante dell’energia elettrica sull’internet stesso.

Penso che Casaleggio sia in grosse ambasce per questo, e non per qualche transfuga messo in conto già durante i comizi in campagna elettorale. Come gestire la rete che è stata creata senza produrre dei meccanismi di controllo gerarchico interni ad essa? Come evitare che la produzione e la diffusione virale di certi memi  non abbia effetti devastanti sui principi stessi del Movimento? Banalmente: come controllare i commenti e i dibattiti cercando un equilibrio tra rispetto dei principi di base (tra cui la libertà di opinione) e tutela degli indirizzi programmatici? Come promuovere l’intelligenza collettiva evitando che essa diventi coglionaggine di massa?  Per restare al tema di questi giorni: come essere capaci di pensare “out of the box” per la Presidenza della Repubblica senza finire per fare proposte di “outsider” fuori dai giochi che condannerebbero il M5S all’irrilevanza?

La rete per sua natura non si autoregola. Questa idea della rete come un territorio per sua natura libero da condizionamenti fa (quasi) il paio con l’esaltazione acritica del libero mercato che si autoregola fatta dagli iperliberisti. Se la rete non si autoregola per evitare il caos o l’insensatezza che ne deriva bisogna perciò accettare delle gerarchie che vengono applicate ad essa o a porzioni di essa, che possono chiamarsi Google, Facebook, Reddit (folksonomies), o Casaleggio e Grillo.

Se si comprende l’idea estrema di Casaleggio di superamento di tutte le forme di intermediazione all’interno della rete, allora diventano comprensibili e giustificate le espulsioni di chi intendeva creare delle strutture territoriali intermedie o di chi voleva utilizzare i media tradizionali per crearsi un ruolo che oltrepassasse quello del proprio ambito territoriale.

Fino a che punto, pur di far funzionare e rendere pregnante la rete che ha promosso, devi tradire o mettere tra parentesi i principi che propugni? Non sono giorni facili per Grillo e Casaleggio, e non per le gaffes di un Crimi qualsiasi.


Genio a 15 anni?

Mio zio è morto a 54 anni di tumore al pancreas. Se l’è portato via in pochi mesi. Una malattia silenziosa. Quando avverti i sintomi ormai è tardi. La morte ti soffia sul collo già da tempo. E con il cancro, si sa, la “early detection” rappresenta l’unica vera cura efficace.

Jack Andraka è un ragazzino di 15 anni del Maryland. Quando lo zio muore di cancro al Pancreas decide di mettersi a studiare. Usa la Rete, legge articoli delle riviste scientifiche. Durante una lezione di biologia ha un’illuminazione.

Fra le 4000 proteine trovate su internet ce n’è una che varia sensibilmente nei soggetti che svilupperanno il tumore pancreatico (nello specifico quello che si estende ai polmoni e alle ovaie): la mesotelina. La sua idea è un test che utilizza una striscia diagnostica, nanotubi di carbonio e il sangue del paziente. 3 centesimi di dollari il costo. 3 minuti il tempo necessario a concludere il test. Un lettore legge poi i livelli di mesotelina nel sangue e fa la diagnosi.

Il ragazzino spedisce le sue carte a 200 professori universitari. 199 nemmeno la leggono. Anirban Maitra, docente di oncologia e patologia alla Johns Hopkins University, rimane colpito e si mette a fare le pulci alla procedura. Chiama Andraka e lo interroga. Mentre ne parlano chiama altri esperti e le domande si moltiplicano. Il ragazzino sostiene le obiezioni, registra i consigli, controbatte. Alla fine del “grilling” Maitra gli dà 7 mesi per fare esperimenti in laboratorio.

La striscia funziona. O almeno così sembrerebbe.

La morale del ragazzino? Sono solo le idee che contano. La razza, l’età, le qualifiche sono solo particolari che possono o meno aiutare. “Se io che fino a un anno e mezzo fa non sapevo cosa fosse la mesotelina sono riuscito a inventare un test precoce per il tumore del pancreas, immaginate cosa potete fare voi”.

Ora la procedura dovrà subire le verifiche del doppio cieco e attraversare le fasi di sperimentazione. Poi dovrà resistere all’attacco incrociato dei grandi interessi economici. Cosa ne resterà? Chissà. Magari si capirà che era una bufala. E che Maitra e tutti gli esperti si sbagliavano.

O magari Jack Andraka, 15 anni, riuscirà a dare al cancro una spallata che nessuno è mai riuscito a dare finora.


Il Dio Euro e il mito vichingo

L’Islanda, il paese che si è ribellato ai banchieri, ha scritto la costituzione online, ha cacciato i responsabili del disastro e si è rialzata sulle sue gambe. Tornando a crescere e facendo il writedown dei mutui per la gente che non riusciva più a pagare. La storia è talmente bella da non sembrare vera. E infatti non lo è. O almeno così sembra.

Il 28 aprile ci sono state le elezioni e le hanno vinte i partiti che avevano causato il dissesto che tutti conosciamo. Privatizzazione delle banche, aggancio alla finanza creativa legata alla bolla americana dei subprime, paese sull’orlo del baratro.

Secondo i primi dati avrebbe vinto il Partito dell’Indipendenza di Bjarni Benediktsson, 43 anni, che ha ottenuto il 25 per cento dei voti e 19 seggi all’Althing, mentre il partito di centro (Progresso) di Sigmundur David Gunnlaugsson, 38 anni, otterrà 18 seggi in Parlamento grazie al 22 per cento dei voti. La maggioranza richiesta è di 32 seggi su 63, e con i 37 ottenuti da due partiti il governo è assicurata.

Crollano invece i partiti di governo di centrosinistra: l’Alleanza socialdemocratica avrà 9 seggi con il 13 per cento dei voti, più o meno come i Verdi, mentre il partito Futuro Luminoso, centrista e a favore dell’euro, avrà invece 6 seggi.

Da qui: http://www.rischiocalcolato.it/2013/04/il-vento-sembrerebbe-aver-cambiato-direzione-le-elezioni-islandesi.html

C’è qualcosa che non va. Se il governo della socialdemocratica Johanna Sigurdardottir avesse compiuto il miracolo che ci raccontano in Italia, perché i cittadini avrebbero dovuto votare di nuovo quelli che li avevano condotti quasi sul lastrico?

Oggi se lo chiede anche Steingrímur Sigfússon ministro delle finanze uscente in una intervista al Financial Times:

I was part of the ousted centre-left coalition that stopped the slide. At the time of last month’s election, the deficit was turning into a surplus, the currency had stabilised, inflation had dropped to less than 4 per cent and unemployment had halved.

The Icelandic recovery was not based on the sort of austerity measures seen elsewhere in Europe. Low-income groups and the unemployed were protected. Debt on homes with negative equity was written down. The International Monetary Fund rather unexpectedly lauded Iceland for retaining our Nordic welfare system.

In sostanza il poveretto (il discorso sembra gliel’abbia scritto Bersani) si chiede esterrefatto come sia possibile. Abbiamo risanato, non abbiamo tagliato lo stato sociale, nemmeno il FMI si lamenta, com’è possibile? La risposta che ci fornisce è ovviamente che i cittadini sono scemi. Che i partiti del centro-destra hanno fatto promesse di corto termine e hanno avuto la meglio perché gli elettori non sono in grado di percepire i benefici a lungo termine della ristrutturazione e del pareggio di bilancio.

Ma come ristrutturazione! Ma come pareggio di bilancio! Ma l’Islanda non era questa?

In Islanda si è tenuto un referendum, promosso da 60.000 islandesi, per decidere se ripianare con soldi pubblici il fallimento della banca Landsbanki legato ai depositi Icesave. Il 93% degli islandesi ha votato contro il pagamento pubblico, solo l’1,8% a favore. Gli islandesi sapevano che il no al salvataggio della banca avrebbe messo a rischio l’ingresso dell’Islanda nella UE. La perdita di di 3,9 miliardi di euro di Icesave infatti ha colpito soprattutto risparmiatori britannici e olandesi. I governi di Gran Bretagna e Olanda hanno fatto forti pressioni per la restituzione dei depositi versati dai loro cittadini. Gli islandesi si sono rifiutati di pagare per gli errori di una banca privata e degli enti che avrebbero dovuto controllarla. E’ una fantastica notizia!

Da qui: http://www.beppegrillo.it/2010/03/il_ruggito_dellislanda.html

O questa?

C’era un paese che aveva nei confronti delle potenti banche estere un debito di diversi miliardi, pari a decine di migliaia di euro di debito a carico di ciascun cittadino! Le banche creditrici, appoggiate dal governo, hanno proposto misure drastiche a carico dei cittadini, che ciascun cittadino avrebbe dovuto pagare con tasse e/o minori servizi, qualcosa come 100 euro al mese per 15 anni! I cittadini sfiduciarono il governo, si fece strada l’idea che non era giusto che tutti dovessero pagare per errori e ruberie commessi da un manipolo di banchieri e politici, decisero poi di fare un referendum che con oltre il 90% dei consensi stabilì che non si dovesse pagare il debito.

Daqui: http://www.beppegrillo.it/2012/08/la_favola_islan.html

La risposta è almeno duplice.

Primo. Il mito nordico dei vichinghi ribelli è esattamente ciò che è: un mito. Nel senso etnologico (e non peggiorativo) del termine. Ovvero una ricostruzione culturale e atemporale che mescola eventi veri e fittizi. Attraverso i miti una cultura fonda sé stessa. Elabora la propria cosmologia. E la elabora nel momento storico in cui il mito viene prodotto. Quindi il mito è un riflesso dei bisogni del presente elaborativo, non una ricostruzione degli eventi che vi hanno condotto. E il mito nordico dell’Islanda ribelle contro il capitale internazionale è in questo senso un mito della crisi. E uno dei protagonisti è proprio la finanza internazionale.

La storia però e diversa.

Cosa stiamo intuendo, quindi, dalla situazione islandese? Allora, andando per ordine, per quanti si sono distratti:

  • L’Islanda è stata per tre anni in assistenza del Fondo Monetario Internazionale;
  • L’operazione di salvataggio del proprio sistema finanziario domestico è stata estremamente costosa per il contribuente;
  • I controlli sui capitali, in vigore dal 2008 a mai allentati, stanno determinando una nuova bolla immobiliare, mentre i mutuatari, come detto, soffrono per il sistema di indicizzazione dei propri debiti, che sottrae quote crescenti di reddito disponibile e frena pesantemente la ripresa;
  • L’Islanda ha evitato di svenarsi per pagare i creditori esteri, ma ha comunque pagato l’assicurazione sui depositi di non residenti, contrariamente alla vulgata italico-terzomondista;

 

Ma il malessere economico islandese resta profondo, e poggia soprattutto sui forti oneri sopportati dai mutuatari, che hanno un debito ipotecario complessivo equivalente a 11,3 miliardi di euro (su una economia che ha un Pil equivalente a circa 13 miliardi di dollari), l’80 per cento del quale è indicizzato ai prezzi al consumo, attualmente in crescita tendenziale del 4 per cento. Nel paese c’è quindi diffuso disagio, contrariamente a quanto credono i gonzi italiani, ed i partiti si muovono per promettere un minimo di sollievo ai cittadini, ad esempio vagheggiando tagli di tasse oppure (con esponenti dell’attuale opposizione) promettendo di abbattere di almeno il 20 per cento il valore dei mutui in essere, per alleggerire il peso sui debitori. E qui sorgono ovvi problemi.

Da qui: http://phastidio.net/2013/04/23/islanda-nel-paese-che-non-cera/

E veniamo al secondo elemento: l’Europa. Infatti l’ex ministro Sigfússon non solo non la racconta giusta, ma non la racconta tutta. Infatti, i cittadini le bastonate per ripagare i debiti le hanno prese e come. E continueranno prenderle per lungo tempo per ripagare la linea di credito concessa dal FMI (e questa è la parte in cui Sigfússon non la racconta giusta). Non solo, ma il suo partito è quello che li avrebbe portati in Europa. E magari nell’euro (e questa è la parte in cui non la racconta tutta). E sulla sua pelle Sigfússon ha dovuto imparare che i cittadini sono sì fessi. Ma fino a un certo punto.

Il 28 aprile hanno rimandato a casa lui e il suo governo e  hanno detto chiaramente che preferiscono la corruzione e una riedizione del boom-and-bust che gli propinarono i partiti di centro destra. Preferiscono addirittura i fascistoidi xenofobi del Partito del Progresso. Tutto piuttosto che affidarsi alla Troika. Meglio il boom-and-bust che il bust perenne dell’austerità.

Quello islandese è un altro tassello che ci rende sempre più chiaro il triste epilogo della socialdemocrazia europea. Incapace di ricostruire una propria cosmologia fondante che riempisse il vuoto creato dal suicidio dei marxismi, ha finito per adottare l’europeismo. Un’esca intellettuale dietro alla quale erano in agguato i predatori del capitale finanziario. E un po’ per collusione, un po’ per idiozia, siamo dove siamo.

Ovvero al punto in cui la risposta Keynes – “nel lungo periodo saremo tutti morti” – rischia di essere la croce uncinata. Chissà se almeno la storia li seppellirà con ignominia! 


Regime di repressione finanziaria

Su tre parole due suonano male. Ma è la vecchia storia del contesto. Tutte e tre insieme rappresentano in realtà un’iniziativa di politica economica che impedisce la lievitazione speculativa del debito pubblico di uno Stato sovrano.

Fino a una ieri non sapevo nemmeno cosa volesse dire. Poi leggendo e ascoltando economisti ed esperti di diritto mi sono fatto un’idea che provo a condividere.

Se hai accumulato risparmi per 1 miliardo di sesterzi (sì mi sono rotto i coglioni di fare esempi con la moneta dell’incubo) hai diverse opzioni all’interno del regime di repressione finanziaria:

  1.  Li investi mettendo su un’azienda. Rischi e se ti va bene guadagni tanto. Se ti va male perdi
  2. Li presti ad un amico che li investirà fidandoti delle sue competenze. Lui te li restituirà con interessi sui quali vi accorderete prima. Anche qui rischi
  3. Compri azioni. E anche qui rischi. Se le vendi a un prezzo maggiore di quello a cui le hai acquistato ci guadagni. Sennò perdi parte dell’investimento
  4. Te li metti sotto il cuscino. E idealmente, non rischiando, nemmeno guadagni. Ma te li potrebbero rubare. E allora perderesti tutto. Ma anche se non subissi furti perderesti comunque il valore d’acquisto che si muove con il variare dell’inflazione
  5. Li presti allo Stato. Che ti protegge dal furto ma che ti applica tassi bassissimi. Ti protegge dalla perdita di parte dell’inflazione ma tu paghi lo Stato per questo servizio. Come? Perdendo comunque sul capitale quei 2-3 punti d’inflazione che non ti vengono garantiti.

Il punto 5 ovviamente è esercitabile sono nel momento in cui uno Stato ha la sovranità monetaria che impedisce il default e che conferisce alle istituzione la possibilità di essere solventi.

Non si tratta di una teoria rivoluzionaria o di un’innovazione. L’Italia ha funzionato in regime di repressione finanziaria fino al 1980. Ovvero fino alla separazione fra la Banca d’Italia e il Tesoro.

Il senso di questa strategia di politica economica risiede nell’incentivo allo spostamento del capitale dalla rendita finanziaria al lavoro. Se hai soldi e li vuoi investire di assumi rischi direttamente proporzionali ai ricavi che vuoi generare. Se li vuoi semplicemente al sicuro, ti accontenti di ricavi minimi (o nulli) e paghi per il servizio di “tutela” che lo Stato ti offre. Il capitalismo dovrebbe funzionare così.

Ah, negli anni del regime di repressione finanziaria la nostra economia cresce al 5 virgola qualcosa annuo. Poi arrivarono i geni dell’economia. Da Ciampi, ad Amato, a Prodi. Gli eroi della globalizzazione finanziaria. I traghettatori che attraverso l’Ade dell’euro ci hanno condotto dritti dritti nell’inferno che stiamo vivendo.


Soros o non Soros?

Il solito post illuminante di Bagnai. Anche se, come al solito la verità ha molte facce. La caduta della lira nel ’92 fu il risultato del fallimento delle politiche economiche dei governanti. Ma anche la spallata speculativa di Soros non è che fu ininfluente. Il problema è l’opinione ce la gente si è fatta della “svalutazione”. Termine che, semplicemente per la sua natura etimologica, viene ammantato di inquietanti auree catastrofistiche. Svalutare,infatti, è l’opposto di “creare valore”. Mentre, in particolari congiunture economiche, non cè niente che crea valore più di una sana e corretta svalutazione competitiva.

fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/13/speculazione-finanziaria-quelli-che-e-brutta-e-cattiva/592062/

Quando le cose vanno male, un colpevole bisogna trovarlo. Sì, lo so, mi direte voi, la realtà è complessa, le cause sono molteplici. Ma volete mettere quanto fa comodo dare la colpa a una sola persona, soprattutto se esercita un mestiere che nell’immaginazione collettiva è soggetto a un marchio d’infamia! Ci si mette così l’animo in pace, e si evitano spiegazioni complesse e imbarazzanti.

Questa riflessione non particolarmente brillante mi ha traversato la mente leggendo l’intervista cheGeorge Soros ha rilasciato ad Eugenio Occorsio del quotidiano “La Repubblica”, organo di stampa noto per la sua difesa senza se e senza ma dell’attuale regime europeo, il Pude (Partito Unico Dell’Euro). Soros dice una cosa ovvia: nel 1992 bastava saper leggere la realtà per capire che c’eranoopportunità di profitto da sfruttare in modo perfettamente legittimo.

Questa, del resto, è l’attività speculativa. Cosa dice il dizionario?

Speculativo: “Portato all’indagine filosofica” (Devoto Oli), ma anche “Che ha scopo di guadagno” (Zingarelli). L’etimologia è sempre la stessa: il latino speculari, “guardarsi intorno”, da cui viene anche il francese speculer, che dal 1801 prende significato borsistico (questo ce lo ricorda il dizionario etimologico di Battisti e Alesio). Non è così strano: il filosofo, come chiunque desideri (legittimamente) guadagnare qualcosa, comincia col guardarsi intorno, con l’osservare la realtà, cercando di interpretarla, che è cosa diversa dal costruire una realtà fasulla ad usum piddini. Del resto, forse sapete che il primo filosofo fu anche il primo speculatore: Diogene Laerzio ci ricorda che “Talete volendo dimostrare come fosse facile arricchire, prese a nolo i frantoi, dopo aver preveduto un abbondante raccolto di ulive, e guadagnò un gran mucchio di denari”. Non risulta che laGazzetta di Mileto abbia deprecato questo suo comportamento.

Non si capisce allora perché oggi Repubblica debba chiedere a Soros se provi “imbarazzo” o “rimorso” (addirittura!) per quello che fece nel 1992. Come Talete intorno al 600 a.C., così Soros nel 1992 aveva buoni motivi per prevedere un ottimo raccolto. Quali erano? Be’, nel caso di Soros le ulive non c’entravano, il problema era un altro: era evidente che il cambio della lira era sopravvalutato, che la lira era troppo forte, perché da cinque anni si era agganciata al marco senza poterselo permettere, dato che l’inflazione in Italia era più elevata che in Germania. Vi ricorda qualcosa? Sì, è esattamente la situazione nella quale siamo oggi, e del resto, per rendersene conto, basta osservare l’andamento del tasso di cambio reale della lira.

tasso di cambio reale della lira

Vedete? Dopo una fase di stabilità a metà degli anni ‘80, nel 1987 inizia lo Sme credibile, (il periodo nel quale si decise di evitare riallineamenti all’interno del Sistema Monetario Europeo). Agganciare il cambio della lira a quello del marco non era un’ottima idea, perché impediva di compensare gradualmente il differenziale di inflazione, come era stato fatto negli anni precedenti. Non si può fermare il vento con le mani: quello che ci si era impediti di fare gradualmente per motivi sbagliati, lo si dovette fare tutto in una volta, bruscamente, nel 1992, quando la situazione divenne insostenibile. La svalutazione compensò rapidamente il differenziale di inflazione accumulatosi durante lo Sme “credibile”, e l’Italia tornò in surplus.

Vorrei chiarire un concetto. I dati della figura non erano segreti. Li possono e li potevano vedere tutti. Come non è un segreto che una valuta può restare sopravvalutata solo se esistono accordi politici che falsino il mercato: tali erano i patti impliciti nello Sme “credibile”. Ma quando, come ricorda Soros, la Bundesbank dichiarò che non avrebbe sostenuto la lira, era ovvio che lo Sme sarebbe morto e la lira precipitata.

Attenzione: la lira doveva svalutarsi perché era sopravvalutata, cioè perché accordi politici (lo Sme “credibile”) le avevano permesso di mantenere un cambio non giustificato dai fondamentali. Questo mi pare non sia chiaro al giornalista, che moralisticamente osserva: “la lira rientrò nello Sme a costo di immani sacrifici e a tassi irrimediabilmente falsati”. Ma è esattamente il contrario: la lira uscì dallo Sme perché il suo tasso era falsato da una decisione politica. La responsabilità dell’accaduto è dei politici che presero nel 1987 la decisione di non riallineare più i cambi, e dei banchieri centrali che sostennero tecnicamente questa decisione. Una decisione sbagliata, perché spingendo troppo in alto la lira la esponeva al rischio di cadere. Soros, al più, approfittò dell’errore. Semplicemente, gridò: “il Re è nudo!”, e siccome era veramente nudo, il Re (cioè lo Sme) dovette correre a nascondersi per quattro anni.

Quattro anni dopo, nel 1996, rientrare nello Sme non era una buona idea, ma si decise di farlo per motivi che sapete (l’Europa chiamò!). Lo si fece probabilmente a un cambio troppo forte, “falsato”, come dice Occorsio, ma Soros che c’entra? La decisione di rivalutare bruscamente la lira nel 1996, decisione i cui effetti sono evidenti nel grafico, mica la prese lui!? Il declino dell’economia italiana inizia da lì, certo, da quella decisione, ma Soros non c’entra.

Notate che comunque al 1996 segue un altro periodo di stabilità, ma dal 2002, anno delle riforme del mercato del lavoro tedesco, il cambio reale dell’Italia ricomincia ad apprezzarsi.

Non entro nemmeno nel merito dell’opportunità di queste riforme. Sabato scorso lo faceval’Huffington Post, spero che crederete adesso a cotanto organo, se non avete voluto credere prima almio umile blog. Indipendentemente dai giudizi politici, resta il dato economico. Da ormai più di un decennio il cambio reale dell’Italia si sta costantemente apprezzando. L’euro, che all’inizio poteva essere sostenibile, sta diventando troppo pesante per noi, e questo da quando il principale partner commerciale del nostro paese ha deciso di violare l’obbligo di coordinamento delle politiche economiche imposto dall’articolo 119 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea. La correzione, prima o poi, arriverà, è nella logica delle cose.

Scandalizzarsi una seconda volta perché Soros torna a dire che “il Re è nudo” è un atteggiamento farisaico. Per la seconda volta, il Re (questa volta l’euro), è veramente nudo. Invece di luogocomunisteggiare, cerchiamo di ragionare su come vogliamo correggere questo squilibrio, su cosa ci conviene effettivamente fare, evitando atteggiamenti ideologici e cercando di conformarci alla realtà.

Non è stato Soros a far cadere la lira nel 1992, sono stati i governanti europei a spingerla troppo in alto dal 1987, e non è stato Soros a decidere il cambio lira/Ecu nel 1996, sono stati, ancora una volta, i governanti europei. Non deve stupirci che quelli che si scandalizzano siano gli stessi che invertono i rapporti causali, ricostruendo orwellianamente la Storia. Fa parte del gioco. Si sovverte il passato per controllare il presente. Chi vi dice che le cose sono andate al contrario di come andarono, appartiene a chi vi ripete che invece di svalutare è meglio che vi tagliate i redditi, in vario modo, con i famosi “sacrifici”.

Liberi voi di credergli. Siamo in democrazia, almeno finché qualcuno non se ne approfitta troppo.Quota 90, per chi se la ricorda, è un terzo esempio di difesa a oltranza del cambio. Pensiamoci su…

 


Indebitandosi si cresce

 

All’uomo comune che sbarca il lunario sembra un comportamento folle. Ma il liberismo che idolatra la crescita infatti è una follia. Eppure ci viviamo in mezzo. Le sue regole le conosciamo. Eppure viviamo in un paradosso. Chi gestisce la macchina dell’economia pubblica non vuole né cambiare il sistema (abbattere il liberismo) né giocare secondo le sue regole. Un comportamento idiota. Che è molto peggio di un comportamento folle.

Tornando quindi all’interno della folle logica della crescita perenne, chiunque abbia un’azienda lo sa. Senza accesso al credito (ovvero senza contrarre un debito) non puoi investire e quindi non puoi fare profitti (ovvero crescere). Concetti che si danno per scontati in un letterato. Figuriamoci in un economista. Eppure, leggete dove vi pare, il pippone europeista del debito pubblico che danneggia l’economia viene ripetuto “over and over again”. Come il ritornello della danza della pioggia. Prima o poi infatti pioverà.

In proposito, i falchi europei che tengono sotto scacco i pigri spendaccioni dei PIIGS trovarono addirittura la loro bibbia nel famigerato studio di Reinhardt-Rogoff. Sì, proprio quelli che poi furono costretti a ritrattare ammettendo che nel foglio excel usato c’erano errori. Due professori di Harvard, sia chiaro, non due studenti dell’Università di Canicattì.

Andrea Terzi *** ci spiega come, a prescindere dall’errore (tutto da verificare), in realtà sia proprio la tesi del duo americano a fare acqua qui e lì. Forse più dei conti dei paesi indebitati.

Da: http://www.creditwritedowns.com/2013/04/why-the-reinhart-rogoff-paper-was-flawed-right-from-the-start.html. La traduzione è quella di google aggiustata dove non si capisce. Ma i concetti sono talmente lineari che la lettura vale di per sé la pena.

A questo punto, sembra che chiunque abbia una connessione internet sa della confutazione di Herndon, Ash, e Pollin (HAP) del paper di  Reinhart-Rogoff (RR) ìsul debito pubblico e la crescita. Minuti dopo la notizia ha iniziato a fare il giro del web, però, mi è stato chiesto cosa pensavo da amici i cui interessi sono abbastanza lontani dall’economia. Erano scioccati che professori di Harvard potessero fare tali errori imbarazzanti  e che le politiche di austerità potessero essere basate su un errore così imprudente.

Ma ho dato loro una prospettiva diversa:

  • Il paper di Reinhart-Rogoff ha gravi difetti, ben peggiori dei semplici errori di excel.
  • L’isteria per l’austerità isteria non scomparirà dopo la confutazione di Herndon-Ash-Pollin.

Quindi questo è il mio messaggio per voi in questo post, soprattutto se siete economisti.

Il documento RR è diventato famoso perché gli autori hanno affermato di aver trovato il “numero magico” – il numero che racconta a tutti noi esattamente quanto può essere alto il debito pubblico prima che le condizioni economiche peggiorino. L’Unione europea aveva fissato un tetto massimo per il rapporto debito pubblico / PIL al 60% per i paesi che aderiscono all’euro. Ma quello era un numero arbitrario che non era stato economicamente giustificato, era un compromesso puramente politico. Di conseguenza, non vi era alcun numero economicamente giustificato … finché RR hanno trovato la cifra giusta!

Nel loro documento, hanno sostenuto che il debito pubblico non nuoce alla crescita più di tanto se rimane inferiore al 90%. Ma una volta che il debito va oltre quella soglia del 90%, la crescita economica subisce una brusca frenata.

Molti responsabili politici hanno utilizzato questo numero il 90% – in particolare Olli Rehn in Europa, che lo utilizzò per affermare che non ci sono alternative all’austerità, in quanto è ben noto che il debito pubblico in alcuni paesi europei è superiore al 90% del PIL.

La recensione di HAP smontò definitivamente questa particolare teoria. Una volta che il file excel è stato corretto, non c’era nessun numero magico!

E tuttavia, come ho scritto sopra, ci sono difetti ancora più gravi nel paper di RR a parte gli errori di calcolo.

1. Analisi empirica: il rapporto debito / PIL è realmente correlato con la crescita?

RR hanno spiegato che un contributo fondamentale del loro lavoro era l’incorporazione di nuovi dati storici 44 paesi, lungo circa due secoli. Un dato importante perché quando si fa una analisi statistica di norma ci vogliono più osservazioni. E così gli autori sono stati orgogliosi di informarci che avevano usato “3.700 osservazioni annuali che coprono una vasta gamma di sistemi politici, istituzioni, tassi di cambio e politiche monetarie, e le circostanze storiche”. Questa sembra essere una caratteristica preziosa allora; si poteva esplorare lo stesso fenomeno in circostanze diverse per identificare relazioni stabili che si dimostrano validi anche in condizioni mutevoli.

Ma questo approccio per studiare la relazione tra debito pubblico e crescita economica non ha alcun senso. La gestione del debito pubblico, nonché le cause e le conseguenze del debito pubblico differiscono enormemente, a seconda delle configurazioni istituzionali, quali gli accordi di cambio, parità aurea, limiti alle operazioni delle banche centrali, regolamentazione bancaria. Qualsiasi media calcolata su un arco di tempo ampio per numerosi paesi è semplicemente mescolando le mele e le arance, e non è per niente significativo. Proprio per questa ragione, non sono mai stato interessato a un’analisi empirica del numero generato da RR. E ora che HAP hanno trovato l’errore, sono contento di non aver sprecato il mio tempo.

2. Teoria: Il rapporto debito/PIL è davvero la ‘causa’ di una crescita più bassa?

Nella loro replica RR sottolineano che sono stati “molto attenti … a parlare di ‘associazione’ e non ‘causalità’.” Questo è importante in ogni attività statistica professionale. Tuttavia, la loro affermazione non è autentica. Quando descrivono la relazione fra crescita e debito, RR suggeriscono chiaramente che il debito pubblico è una potenziale minaccia per la crescita e che il debito pubblico si accumula per due motivi: a) guerra (e questo è intenzionale) e b) in tempo di pace, “instabili dinamiche di economia politica”(e questo è anche il risultato di decisioni politiche). Il quadro che utilizzano per interpretare le loro (poco significativo) cifre è quella in cui il rapporto debito / PIL si presume essere chiaramente e univocamente interpretato come esogeno, cioè, determinato dal processo politico.

Essi, quindi, scelgono di ignorare che il rapporto debito / PIL è largamente endogeno, cioè, determinato dalla crescita della produzione e dell’occupazione. Ammettono che il debito è cresciuto in seguito alla recessione, ma descrivono questo aumento come il risultato di decisioni fiscali deliberate che, come RR suggeriscono, può essere inevitabile e utile, ma, una volta che il peggio è passato, la politica dovrebbe agire per abbassare tale rapporto ed evitare risultati anche peggiori. Tutto questo significa che, quando scoprono che i paesi ad alto debito hanno una bassa crescita, non sospettano neppure che questo può essere il risultato di un deficit pubblico troppo piccolo.

Sì, ho detto un deficit pubblico troppo piccolo, perché il deficit è il combustibile della domanda aggregata e la fonte di risparmio privato. Ricordate, i ricavi privati sono spese pubbliche. Quindi, se il deficit diventa più piccolo, anche il risparmio privato diminuisce. E se i risparmi privati ​​sono troppo bassi per io desideri di famiglie e imprese, famiglie e imprese cercheranno di risparmiare di più. Tagliaranno le loro spese e spediranno l’economia in recessione. E quando questo accade, il deficit pubblico sarà automaticamente più grande, per impedire la caduta libera dell’economia. Quando il deficit è diventato ‘più grande-abbastanza’, l’economia smette di cadere.

Il problema dell’austerità – qualcosa giustificato a causa del punto di vista di RR che il debito pubblico è pericoloso – è che impedisce la ripresa e costringe l’economia sempre più in recessione.

Insomma, sì, la correzione di un errore di excel nascosto in un documento di Harvard è una buona cosa. Tuttavia, anche con i numeri corretti, l’analisi empirica di RR rimane inutile – per il motivo descritto sopra al punto 1. E l’analisi è del tutto fuorviante per i motivi di cui sopra al punto 2.

A parte il loro scarso file excel, RR avrebbero bisogno di andarsi a rivedere la teoria sul ‘debito pubblico’.

*** Andea Terzi è professore si Economia e coordinator del progetto Mecpoc Project al Franklin College Switzerland.


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